gennaio 30, 2021

Esci dall’ombra degli anni

fai il passo verso la luce.

 

Lui ci chiede devozione totale

che la vita sia una dedica all’assoluto

pura in ogni gesto vera

la grande corrente bianca

sulle nostre manie, le ossessioni

finalmente vedere il marciapiede,

le auto, il cane, l’albero

con le braccia verso il cielo

limpidi, accesi di quella luce

che fa le cose e gli dà senso.

 

Sono qui che ti parlo

non ci sono altre voci

cercami nel brusio del mondo

la notte e la sua brina,

il taglio dritto del tramonto,

la bellezza smisurata delle forme,

altro non è che un riflesso.

Ogni passo adesso è verso l’ombra

o verso la luce, ogni parola

vibra nel mondo dell’ombra

o della luce. I campi innevati,

questo sud che è passione,

le biciclette che brillano al sole,

i guanti, il rumore dei passi

di lei che ritorna, risate dai tavoli,

sospirare insieme, essere

tutto il fiato della stanza,

altro non è che un riflesso.

 

Desidero la vita e canto

cammino con qualcuno al mio fianco,

questa è la vita? Questo soltanto?

Fatica e meraviglia, diamante

dalla pietra, bacio sulla fronte.

È questa sì, questa ed è tanto.

 

 

Valerio Grut

Gli amanti sottomarini

gennaio 30, 2021

Stanotte ti incontro nelle solitudini di corallo
dove la forza della vita ci porta per mano.
In cima ai tondi lampadari di conchiglia
una ballerina si sfoglia.
I sogni della tua infanzia
si srotolano dalla bocca delle sirene.
La grande farfalla verde del fondo marino
che nasce soltanto ogni mille anni
fluttua intorno a te per servirti,
presentandoti lo specchio in cui l’acqua si guarda
e i sottili pesci gialli e azzurri
circolando fra i tuoi capelli
trovano pronto il liquido per addormentare il palombaro.
Ci immergiamo senza paura
in queste regioni profonde dove dorme il veliero
in attesa che l’irreale non si levi in aurora
sui nostri corpi che tornano alle acque del paradiso.

Murilo Mendes

Panorama

gennaio 30, 2021

Una forma elastica scuote le ali nello spazio
e mi infiltra la pigrizia, l’amore per il sogno.
In un angolo della terra una donna bionda
si impicca e finisce sul giornale.
Una ragazza di petto largo e anche sottili
esce dal fondo del mare,
esce da quella nave che affondò e si muta in sirena.
La figlia più giovane del vicino
è lì stesa nella bara
nella sala da visita con paesaggio,
un odore nauseante di angelica e le mie sentite condoglianze.

Tutto è al suo posto
la mia innamorata è sola alla finestra
il sogno sta dormendo nella testa dell’uomo
e l’uomo sta andando nella testa di Dio,
mia madre è in cielo in estasi,

io sono nel mio corpo.

Murilo Mendes

La testa di Paul Verlaine

gennaio 25, 2021

Il primo gennaio alle tredici un piccione si è posato sulla testa calva di Paul Verlaine.
Anche quest’anno non nevicherà. Arthur continua a camminare rasente i muri. Ha con sé uno zaino di cuoio.
Marie ha due buchi rossi sul fianco destro. Dorme. Il mento contro il petto. Un bel sonno da immagine dipinta.
Il sole entra dalla finestra. Le mie giornate sono caratterizzate dalla prosa. Il mondo mi porta notizie.
Leggo nei giornali frasi senza testa né coda, storie di omicidi e di bombardamenti.
Passo in rassegna le disgrazie degli altri come un erbario di piante morte e di lacrime essiccate. 
Ogni volta mi ripeto la stessa cosa: non scriverò più poesie, sono un retaggio del passato.
E tuttavia mi riprende questa voglia bizzarra, questo strano bisogno di parole avventate, di disarmonia e di rumore.
In verità non ho niente di particolare da dire, niente che valga la pena, ma nutro una vaga fiducia nelle parole
Il ritorno a un po’ di chiarezza, di misura o di senso. Non so proprio da dove mi arriva questa speranza
Come se qualcosa di nuovo potesse ancora prodursi. Come se qualcuno dovesse arrivare.
L’amore è un cargo cinese che arrugginisce. I seni delle donne sono in lutto. Ma il nero gli si adatta bene.
Momento giusto per perdersi in questa fine di secolo. Non ci recheremo più nel bosco. Gli alberi di alloro sono abbattuti.
Stavolta non presto nessuna attenzione alle parole che vi aspettate da me. Io non sono che il singhiozzo di un ubriaco.
Conto sulle dita le ore che mi separano dalla mia morte. Ciò mi distrae o mi tiene occupato.
Perdonatemi, divento fastidioso. Una porta che sbatte: tutto quello che resta delle case che ho potuto sognare di costruire
Con vista sul mare e balconi di legno dipinto. La domenica tutti insieme a inzuppare pasticcini secchi nel tè
Vicino alla spiaggia, a due passi dall’azzurro… Si ride per non piangere, questo è sicuro, voi mi avete capito…
La poesia? Un piatto frantumato. Il lascito di mia nonna che, non molto tempo fa, mi insegnava a scrivere in cucina.
Mi sento tanto solo dopo la sua morte: ho dovuto annerire montagne di carta. Nessuno si è accorto di questa assenza.
Io scrivo per dimenticare qualcuno. Come altri bevono o fanno festa. Scrivo per esserle fedele. E’ la stessa cosa.
La poesia è una vecchia cagna che abbaia contro i bambini degli altri. Non morde più.
Tutto amore che non ci sarà. Amore che non si farà più. La speranza è passata di moda.
Troppe persone cercano lavoro. Io invece sono in cerca delle mie parole. Colleziono i dizionari e le antologie.
La fabbrica del silenzio assume. Ha un eccellente fatturato. Si vocifera che il tempo passi in fretta.
Non si sente il grido dei morti. Nemmeno il rumore delle granate che esplodono. La televisione va avanti per conto suo.
Le cisterne in Africa sono vuote. I nostri pianti non le hanno riempite. La carità ha qualcosa di triste.
Dio si occupa dei suoi affari. La sua tonaca è di un bianco immacolato. Calza delle scarpe di tela.
Cristo sulla croce ha dolori ai polsi. Non crede più al cielo.
Anche l’erba si domanda per quale motivo rinverdire. Il paesaggio è invecchiato. E’ strano, la stanchezza è tanta.
E’ un periodo infausto per l’amore, questa fine di secolo. Quale gioia ormai ci darà l’opportunità di piangere?
La vita sghignazza di un ridere rauco. Ha perduto ogni ragion d’essere. Bisogna pertanto farla cantare.
La poesia, ecco cosa può allietarla, qualche osso tra i rifiuti e le pulci che la grattano.
La diverte non essere più niente, far rimare insieme la tristezza degli altri e la sua.
Fumatrice o non fumatrice? Con o senza sale? Io le preferisco di un biondo morbidissimo, o molto brune con gli occhi azzurri.
E’ falso quello che ho appena detto: per una volta, sto attento a non dire altro che la verità.
Le fotografie di donne nude sono aerei da caccia. In picchiata, dritte sul viale. Fermate ai semafori rossi.
Per me, io attraverso sulle strisce… Quand’è che troverete la cesoia che ci libererà da questo filo spinato?
Ci riprenderà la voglia di lirismo, ve lo assicuro. L’entusiasmo ci ritornerà. Con qualche grido imprevisto.
Non quello degli asini che vanno a pascolare dietro la chiesa e che ascoltano devotamente risuonare le campane.
Piuttosto quello della mitraglia e dell’esplosivo. Quello che scorta lontano lunghi convogli di bambini feriti.
So di cosa parlo: sono nato in un giorno di armistizio. A portata di fucile dei morti. Ho un cuore abbastanza pacifista
Ma non ho deposto le armi. Lo vedete, cerco le mie frasi. Come dire che credo ancora in qualcosa.
Ogni volta che cala la notte, mi assale il male della luce. Di notte, non prendo più il largo. Il mio sonno resta nel porto.
La poesia, lo ripeto, è una vecchia donna che solleva la tendina e osserva i passanti attraverso la finestra.
Inchiodata alla poltrona dalla sua artrosi e dalle sue varici, guarda le graziose fanciulle che sfilano in televisione.
Da molto tempo non gioisce più, e fa collezione di francobolli, di portachiavi, di spillette e di cartoline
Dai quattro angoli del mondo, visto che il mondo è quadrato, brillante e colorato come un vetro di Venezia.
Ci sono sempre dei vecchi pazzi che non le fanno mancare notizie e le assicurano che pensano a lei con molto affetto.
Tanti baci da ogni dove! Alcuni parlano della radura, dell’orlo del pozzo, e del frastuono dei venti impetuosi.
Affermano che un dio furtivo viene ogni tanto a deporre il suo immenso amore in un lacerto di parole ben accordate.
Abusano di questa inferma, inchiodata alla sua misera sedia, che ha imparato a leggere nei libri degli altri.
Le piace credere a queste cose. Quelle parole la fanno star bene. Diffondono un dolce suono. La sua vita non è più cosi grigia.
Alcuni sostengono che la poesia fa spuntare il giorno, oppure che la poesia vince l’oscurità.
Come dire due volte la stessa cosa. Non amo queste frottole. Io la vedo senza speranza, nuda su una sedia di paglia
Come una donna che si concede per niente al primo venuto. Le sue mani ne sanno più del suo cuore.
Non amo per niente le prodezze da circo e le carte truccate. Io non sono in affari.
Mi accontento per la mia salute della dose di speranza minima che permette a un uomo di alzarsi al mattino.
Se, in più, le parole offrono un po’ d’amore, non lo rifiuterò: è una merce rara, a quanto sembra.
L’amore vero, quello degli altri che se ne vanno a coppie nel tepore della sera, guardandosi e sorridendosi.
Quello non si discute. Si vorrebbe piuttosto impararlo a memoria, e recitarlo a voce alta.
Come una poesia di padre Hugo o di Ronsard: cogliendo rose in giardino nell’ora in cui la campagna imbianca.
Dopo tutto, non era così male il suono d’orologio o di violoncello del cuore ben accordato.
In un cuore felice, la parola in poco tempo produceva bei suoni. A volte, si cominciava a credere…
La poesia mi dice: «Non toccare i miei seni.» Io le rispondo: «Evita, te ne prego, di telefonarmi di sera
Soprattutto dopo le otto. Io registro le mie cassette e ripasso le mie lezioni. Vorrei vederci chiaro.
Riprendo a parlare, da solo. Mi dà fastidio che mi si distragga. La mia tristezza è l’unica cosa che mi appartiene.»
Inutile mentire: la poesia, in verità, non mi chiede niente. Sono io che vorrei conversare con lei. Ma fa finta di non sentire.
E la mia memoria è così cattiva che a malapena mi ricordo di aver vissuto. Non riconosco più la mia ombra.
Devo aver perso qualcuno, o qualcuno deve aver perso me, senza che me ne accorgessi, alla fermata dell’autobus
Per provare così poco interesse, oggi, per quello che mi circonda, così poche cose che valgano la pena.
A meno che non sia il mondo a non somigliare alle idee che il bambino che sono stato si era create.
Ho rinunciato e sono invecchiato, senza vedere più passare le ore, mangiando in fretta e dormendo profondamente.
La mia stessa vita non mi appartiene. Ho dimenticato di essere qualcuno. Attendo colei che mi proverà il contrario
Il cuore nudo come un’unghia. Con un cerotto incollato alle labbra, il mio amore cerca di cantare. La sua smorfia non restituisce alcun suono.
Addio marine e belle domeniche, il ricordo dei quaderni nuovi. Il cappotto rosso della ragazzina
Sola all’uscita dalla fabbrica: un uccello di ceramica sul caminetto, ma non abbastanza da riempire il piatto!
Curioso questo bisogno di ripetere periodicamente frasi sconnesse per immergersi nella musica!
Prosa, ancora prosa: la poesia verrà più tardi, con il piccolo camion nero, i crisantemi e le corone.
Le parole si fanno carico della morte. Per la vita ci si arrangia da soli. Le orecchie degli altri sono distratte.
Ho l’anima un po’ umida e il cuore abbastanza secco. Non porto ancora gli occhiali. Le mie tempie sono imbiancate.
Navigo come un pesce perduto in fondo a un bosco, un pezzo di pane nella zuppa, un grumo di sangue nel cuore.
Tocco la notte con le dita. Ogni mattina accarezzo il cielo quando le sue palpebre sono ancora calde.
Mi piacciono la carta assorbente, le boccette di inchiostro, i ricordi dolorosi e le stelle cadenti.
Amo l’amore di Marie: la nostra vita, in fondo, non è così monotona. Ci denudiamo spesso in qualche stanza vuota.
Marie dalle dita unite, dal cuore di colore blu. Marie tiepida nel profondo della mia notte. Marie e il suo accurato silenzio.
Giorno dopo giorno ci ripetiamo: «Vorrei essere una frase nuova, con parole non ancora dette.»
Mi sto arrugginendo come un cargo cinese che trasporta nitroglicerina sulle verdi acque del Pacifico
E centoventimila tonnellate di apparenze serene da scambiare con l’uranio arricchito di un semplice grido di gioia.
Con un accento circonflesso, proprio sopra la A maiuscola della parola amore. Sono sicuro che il mio spirito, allora, si rinfrancherebbe.
Tira, tira l’elastico della malinconia: che schiocchi tra le mie dita. Che il cielo si metta a gridare
Gli uccelli, per i loro canti, ricevono un ben misero salario. Non abbastanza per sfamare la nidiata
Con tutte quelle imposte straordinarie sul blu, pagate in contanti, per soccorrere la solitudine notturna delle stelle.
Le calze nere sono sparite. L’abito da ballo cade a pezzi. L’oro dei vecchi gioielli si offusca. La poesia, invece, lascia degli splendidi residui.

Jean-Michel Maulpoix, da Domaine Public

Noi siamo Anna

gennaio 25, 2021

Anna dorme, la notte
l’avrebbe risparmiata
resta il niente, il niente
fa piangere i bambini

*

Anna ha una macchia rossa
al lato dell’occhio destro
solo Gianni il barista la nota
Gianni dorme senza sognare

*

la mente si fa Anna
si accontenta, vivendo
anche di ricordi, di uno straccio
steso sul balcone
perché crollare?
si sente mortale appesa
al nero di caffè
brucia la gola di parole
magre premute sulla bocca
ferita la guerra è finita
se potessimo ancora

*

Anna è stanca
di guardare giù
in balia del non ritorno
attende la pioggia
i fondi bucati della giacca

*

Anna distilla ogni sguardo
come aspra guarigione
non conosce i sacramenti
Anna annega, si ripesca
poi si salva

*

Un controllo semestrale. Anna
sta alla grande. Le sono cresciuti
i capelli, quasi. Ha trentacinque anni.
Sente solo il rumore dello sparo

*

il ricordo la insegue
quel fine settimana,
avrebbe potuto rinascere,
Anna al sapore di banana

*

qualcuno dà il nome
di ciò che è capitato
deserto, vuoto, Anna
è il tuo

*

viveva morendo Anna
guardando la trasparenza
dell’acqua, respirava il ricordo
nulla di più

*

Anna non sa
che è facile diventare famosa
basta una sera ubriaca
lasciarsi filmare e tutti
hanno già visto il video

*

Anna ha imparato
a spalancare ferite
su cimiteri sorrisi
e muri di memoria
Anna è solo un uomo

*

in questo altrove
dove inizia l’ombra
e finisce Anna

*

sfitta, quanto è lunga
la notte serrata alla gola
murata nel buio dei pensieri
non avrà grazie né memoria
è sempre lì l’uomo fatto Anna
l’alba risorge

*

il grigio è la periferia
di Anna un giorno
di settembre che non torna

*

la notte sbriciola l’alba
brucia di nero vuoto
parole carta e sangue
di Anna un riflesso

*

Anna sa cos’è
il sesso passa nel piccolo
vuoto il mondo delle donne
due labbra rosse come ferita

*

cominciò senza un inizio
la città parlava lampi di luce
stesi sul divano gli zigomi
di Anna

*

Anna prega la sete
della notte annegata
nel cuscino un crollo
senza rumore in felicità
variabile

*

disegni di stelle
fango denso cerco
tra i sassi sul fondo
Anna non porta felicità
a chi la ama

*

Anna vive
quello che uccide
la latitudine del nero

*

Anna non si piace
cerca nei néi
delle vite degli altri

*

non c’era nessuno
sul letto per innamorare
Anna nonostante tutto
nonostante l’ombra

*

la luce accesa
il respiro non muoveva
le lenzuola Anna
era li

*

Anna sprofonda il sole
dentro vive senza risposte
ama quello che perde

*

non sono più (io)
noi siamo Anna
spezzati-uniti
per quando sarà
freddo davvero

Matteo Piergigli

gennaio 24, 2021

Il sarto morto due strade più in là. I funerali

nella chiesa troppo grande per chiunque.

La figlia prende la parola, dice, il miracolo

il miracolo di averlo avuto con noi,

con gli occhi aperti e tutto il resto. Usciamo.

La piazza controluce è un autobus di turisti

cinesi. Torniamo a casa, saliamo le scale,

e con noi tornano le panche di legno

sotto l’enorme altare barocco

la conversazione banale, l’odore dei fiori forte.

Spesso guardo l’altalena nel parco sotto casa

la spinta che la mano imprime all’oscillazione

di corpi minuscoli, vulnerabili. A volte

esco sul balcone chiedo alle madri di smettere,

ai bambini di tenersi forte

perché tutto questo è assurdo, e non vale la pena.

Credo di dire ma non accade. Non è reale.

Resto a fissare quei corpi capaci di restare

nel movimento dell’aria e della forza.

Alcuni ridono o piangono, ma nessuno

ha davvero paura.

Carmen Gallo, da Le fuggitive, Nino Aragno editore

L’affanno della lingua

gennaio 15, 2021

18 ottobre 1917. Paura della notte. Paura della non-notte 
Franz Kafka

Crescono i corpi del giardino come piccole tempeste della notte, un fiore che appassisce alla finestra e tu non dici acqua – quando lo scherzo è cauto e doloroso, il bene che hai annunciato una miseria, di nuovo un filamento un pozzo un sogno, ancora il fiato un fato e il vuoto: è il nulla che mi cerchi, ancora la mia pelle sugli avanzi, divori il mio futuro e mi rammenti, quando agli anni della carne hai macellato, un cielo è un velo appoggiato sul pudore, ricorda il verticale: l’orizzonte e la pena che non vale

La tomba, il tuo affanno della lingua 

E crescono, escono all’asciutto i rami sulla spiaggia, l’orlo che ha vestito il buio che ho investito, quando all’alba mi richiama un’incertezza ed è certezza, il patto che si stende sulla fossa, la madre che hai bevuto per assenza – e ancora non si muove che uno straccio, mi spello mi rivesto e mi riespello, il gioco che hai ferito, le serpi che ricordano i ricordi, che donano le facce al mio scomposto. Attendersi radura, un sangue condensato nella sfera, la resa della sera, aggrappati all’insieme distingui il mio passato, non farne – ti prego – una memoria

La vita non concede che un fondale 

Credono, crescono i volti, muovono gli abissi del sofferto, il torbido annidarsi delle cose, la mandria della testa avvicenda la mia storia e non futura, mi attesto a un firmamento mai mentito e tu non muovi, felice tra gli ulivi e la giumenta, ancora dici solo e non resisti, esisti dove il sole è già passato, quando il male è costruito ad interstizio quando è vero il suo contrario, se dici dice il male che ha annidato, il vero è contrario del contrario. Mi viaggi senza fine per finire, precludo il mio risveglio, la veglia della lenza e la concordia

La vista non significa vedere

Mariasole Ariot

gennaio 15, 2021

Le strade aperte sul petto delle camicie
ti ritrovano senza rughe sempre ramingo
in questo gioco di carezze e dolori
sono le case che si addossano fra loro
presso un incrocio intermittente
che solitario ci precetta e perde.

(Francesco Lorusso, da Maceria, Arcipelago Itaca 2020)

La condanna

gennaio 9, 2021

— È interessante notare
lo stato d’animo asociale
e strafottente del poeta
accusato d’immoralità.
“È così sleale, perverso ecc.” scrivono alcuni recensori;
“nessuna apologia per questa volpe dai baffi falsi e superflui!”.
— Ah, tempi duri
per la poesia e i suoi rappresentanti:
usciti dalle tane, a milioni, così tanti
da sembrare un esercito disarmato,
vezzoso, vanitoso, certo poco amato.
Di zanne e artigli acuminanti
sono provvisti questi critici, questi lettori:
troppo seri per un hamburger
troppo bigotti per un pizzicotto.
— E allora Gian, che cosa hai fatto, se posso?
— Ho pensato questo: diamogli un osso.

Gian Luca Guillaume

sopravviverà chi

gennaio 8, 2021

siamo arrivati al punto, a questo punto
sopravviverà chi ha sofferto già e tempo fa
non chi lo ha visto, ma chi lo ha avuto il dolore negli occhi
sopravviverà chi ha portato i pesi
chi ha già dovuto rivoluzionare il suo modo di pensare
sopravviveranno quelli che erano i deboli
quelli che erano i fragili
chi è stato al buio, chi è stato a secco
chi ha conosciuto i fili rotti in fondo al petto

Alice Scano