Ortensia azzurra. Parigi, luglio 1906.

marzo 23, 2017

L’opaco scabro verde che rimane

da mestiche su vetro è in queste foglie;

su, nei corimbi, il blu non si raccoglie,

ma eco è d’azzurrità lontane

ed un vago di lacrime lo accoglie,

quasi un volere che svanisca ancora:

in giallo, in viola, in grigio trascolora

come fa il blu in vergati antichi fogli;

è lo sbiadito di lisi grembiulini,

cose dismesse cui nulla accade più;

avverti il breve dei piccoli destini.

Ma ecco, all’improvviso il blu riesplode

in uno dei corimbi, e sai: quel blu,

pura emozione, del suo verde gode

 

 

Rainer Maria Rilke, Praga, 4 12 1875 – Montreux, 29 12 1926

da “Nuove poesie” (Parigi 1906 – 1908)

traduzione  di Marino Marchello

I pensieri di un ragno

marzo 23, 2017

Il lamento della guerra si faceva eco nello spazio vuoto che aveva
lasciato dove ora i piedi calpestano la cenere. Pensava alle espressioni
disperate degli amici che aveva perso e che immaginava prima di morire,

vinti dalla paura, dal terrore che ti bracca, le dita spellate, i denti sanguinanti,
gli occhi sparati, le facce gonfie, il cuore che scoppia. Li pensava e provava
quell’immensa pena che non poteva cauterizzare. Perdeva spesso il passo,

sprofondato in questi pensieri di ragno. Rivedeva le masse di uomini in fila
ordinata prima e durante le battaglie. Gente comune che aveva la pace
in funzione della guerra. Ora lo capiva, cosa faceva la gente al suo tempo.

Pensava la guerra. Preparava la guerra. Studiava i modi più efficaci
per ottimizzare le azioni nel tempo che sarebbe maturato. La massa voleva
la guerra, non facevano che pensarla, che immaginarla, che desiderarla.

Defibrare. Smorsare. Gli era tutto chiaro. Adesso. Tutto chiaro. La guerra
che permane, i giochi da compiere, i figli ciechi di  un’immaginazione
a molte teste, la guerra sognata per tutta la vita. La guerra è il destino dell’umanità

 

Tiziano Fratus da Poesie luterane, Kolibris 2011

Cuore nuovo di zecca

marzo 23, 2017

E poi, il mio viso ha accarezzato la sua mano.
Un fruscio di coperte quando mi sono alzata. Mi ha udito
andar via ma non ha alzato gli occhi. Sono tornata a casa
troppo umiliata per affrontare il mio Dio.

Ho modellato bambole di carta e le ho
piegate ai fianchi perché sembrassero in preghiera.
La tristezza. La metterò da parte come
una ciocca dietro l’orecchio. Mi serve un po’ di tempo
senza la lingua. Senza quello che può dire:
il camino sfrigola più forte quando allungo il naso
per scaldarmi le guance rossogelide.
Come brucia violetto, riccioli di fiamma
come capelli spettinati dal letto.
Guarda! Tutte le punte mi si spezzano.

(Molly Kirschner)

Nella poesia che sto abbozzando

marzo 23, 2017

le tue gambe penzolano dal molo.
Il lago è zeppo di ninfee senza fiore.

La riva è una stempiatura che si allarga. Ulula Il frumento
a lutto. Il sole riempie i colli. Colli ametista.

Tu abbozzi una poesia e in essa
odoro foglie vecchie, che odorano di vecchi libri

e zucchero. Spine mi si appendono al vestito.
Mi si attaccano alle cuciture.

Io abbozzo una poesia e in essa
tu gioisci come una conchiglia sulla spiaggia,

mentre abbozzi una poesia. In essa ci stringiamo come mani.
Poi io abbozzo una poesia in cui sono

un picchio che bussa alla tua porta
e tu non sei in casa.

 

(Molly Kirschner)

marzo 23, 2017

Pile su pile su pile
di identiche pile
confitte tengono
il congegno in funzione
e si ricaricano a sera
confitte.

Francesca Del Moro, “Gli obbedienti”, Cicorivolta 2016

marzo 23, 2017
In principio l’indice di Apgar e poi
i voti in matematica storia
eccetera, il voto del diploma…

Numeri siete e numeri ritornerete.

Così oggi siete intenti
a riempire le tabelle
per valutare i colleghi.

Francesca Del Moro, “Gli obbedienti”, Cicorivolta 2016

FANTASMA

marzo 23, 2017

Stamani, l’aria è di vetro:
stupito, cammino attraverso un muro di cristallo
e un altro muro,
perché tu veda − anche se
di sera il mio cuore si incrina −
com’è semplice
vivere un miracolo
vivere ancora.

(Traduzione di Umberto Albini)

Gyula Illyés, da “La vela inclinata”, Edizioni S. Marco dei Giustiniani, Genova, 1980

 

marzo 23, 2017

Qualcosa scaraventava sul lato oscuro
– occhi non numerabili là
dove occhi mai erano stati –
e pareva schizzare il corpo
per i cento metri:
io ero l’altrove.

Non scrivere, parlare – scivolano
le pareti, spicciano archi –
ora che rimane tarlatura blu.
Increata a fine verso conficcavi
a pezzi tra le scapole e ancora
a pezzi la notte ci scaraventava.

Maria Grazia Insinga, Persica, Anterem Edizioni, 2015

FRAMMENTI PER STRAUCH

marzo 23, 2017

1

Respingimento della natura
dice Strauch, anche il canto
del pettirosso fuori stagione
diventa solitudine.

2

La solitudine
è crudele,
ogni luogo è straniero
come il cerchio
delle braccia del padre.

3

L’intreccio del padre
e della madre,
quello che chiami
amore, per Strauch
è atto criminale.

4

Allo Steinhof
curano la fantasia,
il disordine che vive
al di là del corpo;
forse la cura
è nascosta nel bosco.

5

Spero nella pioggia
nel senso geometrico
che porta in grembo
nel suo cadere senza paura
e sparire, nessuna traccia.

6

La geometria dei corpi solidi
mi spieghi il peso del cuore vuoto
la misura della mancanza
l’invisibile che opprime.

7

L’ombra dell’inverno
e il nero delle tue finestre.
Troppo veloce il buio,
una corsa da fermi.
Il gelo non è per tutti.
Mi hai detto – Se lo vedi, lo capisci.

(Sonia Lambertini – Danzeranno gli insetti. Marco Saya Edizioni. Milano, 2016).

Di mia madre

marzo 23, 2017
Di mia madre nulla saprei dire –
come ripeteva rimpiangerai un giorno,
quando non ci sarò più, e come non credevo
né nel “più”, né nel “non ci sarò”,
come mi piaceva guardare, quando leggeva
un romanzo alla moda,
sbirciando subito l’ultimo capitolo,
come in cucina, reputando che questo non è per lei
il luogo adeguato, prepara il caffè domenicale,
oppure, ancora peggio, i filetti di merluzzo,
come attende l’arrivo degli ospiti e si guarda
allo specchio,
facendo quella faccia che la proteggeva
efficacemente dal
vedere realmente se stessa (cosa che, pare,
ho ereditato da lei, assieme ad alcune altre debolezze),
come poi disinvoltamente disserta di cose
che non erano il suo forte, e come io scioccamente
la stuzzicavo, come in quella occasione in cui si
paragonò a Beethoven facentesi sempre più sordo,
e io dissi, crudelmente, ma sai, egli
aveva talento, e come tutto mi perdonava
e come io lo ricordo, e come volavo da Houston
al suo funerale e in aereo veniva proiettato
un film comico e come piangevo di riso
e di rimpianto, e come non ero in grado di dire nulla
e continuo a non esserlo.
(Adam Zagajewski, trad. di Marco Bruno, da Poesia # 310)