Il rimescolio delle acque

novembre 24, 2021

L’acqua di un blu verdastro opaco sa.
E’ densa per il lembo di cielo
che stringe tra le mani, nel suo ventre.
Ha bisogno di sapere.
Non si lamenta mai.

Conosce il rovescio di ogni cosa.

Beato colui che vive dove si mescolano le acque.

*

L’acqua trasparente scorre senza corpo.
Nemmeno li annusa, i ciottoli.
Li ringrazia velocemente facendoli brillare.
Non è insistente.

– 

Beato colui che sente il velo sottile dell’acqua sulla tristezza
e all’acqua sa dire grazie.

*

L’acqua di un beige latteo cerca le parole.
Le parole non sono di sabbia né di latte.
L’acqua diafana non sa chi credersi,
forse il serpente acefalo del dubbio…

Beato colui che ascolta la multiforme acqua sulle rocce.

Yves Bergeret, traduzione di Francesco Marotta

novembre 24, 2021

mi consegno allo spazio siderale
ti consacro costellazione
così potrò pensarti
a guardarmi

lucente come sei, senza che tu mi possa toccare –
mi faccio vento kaskasi da nord, nord est a spostare il dolore dell’argine in piena,
letto arso di sudore
e ricordo e casa
ti faccio parola pallottola – quella che mi ha presa al centro del petto,
mi si è infilata tra le cosce

e che continua a vagarmi dentro – sublimazione e eclissi
storia di un vuoto
il mio, certo
io che vivo in questa città e ti faccio sua scapola e rene – mia clavicola, mio labbro
di pace e assenza:
tua, senza tempo, io.

Elisabetta Destasio

Cosa scriviamo quando scriviamo poesia

novembre 24, 2021

Dai dodici ai quattordici anni
circa
io scrivevo poesie:
una ogni giorno,
anche se a volte
tornavo sulla stessa per limarla
(allora non dicevo
“limarla”: dicevo “migliorarla”
o “finirla”,
cominciando a intuire
che forse non l’avrei finita mai.
Invece la finivo).
E quando mi sentivo soddisfatta
o comunque convinta
che una parola in più l’avrebbe rovinata
la mettevo in un fustino usato
di detersivo, che avevo rivestito
con carta a fiori gialla, rosa e rossa.
Era orrendo.
Poi, quando si riempiva
fino a toccare l’orlo, le premevo
con tutte le mie forze
e sempre c’era spazio
per una nuova.
Scrivevo a mano
su fogli di quaderno
che strappavo, alla fine
della poesia.
E così per due anni,
circa,
vacanze a parte.
Un giorno uscii di casa
come ogni giorno, per andare a scuola,
e quando ritornai
trovai il fustino vuoto.
“Sembravano cartacce, non sapevo
che ci tenessi tanto. Erano fogli
stracciati, stropicciati”– ed era vero –
“ero sicura
che fossero cartacce”,
disse mia madre.
Non ho voluto credere
che fosse stata lei: perciò, vigliacca,
addossai ogni colpa a una donna
che ci aiutava in casa
e se ne andava.
Io ero disperata.
A ripensarci erano tremende:
parlavano d’amore
a nessuno,
con parole sbagliate e ricercate.
Me ne ricordo una.
Non la saprete mai.
Da allora
ogni volta che scrivo io riscrivo.

Fiamma Lolli

Melagrana

novembre 24, 2021

L’inverno arriva immenso, andiamo al fuoco
ha freddo il viso dei giorni, andiamo al fuoco
il fuoco avrà certo qualcosa da dirci
si schiuderanno mille parole, calde più dell’estate
la lingua è secca, da lì andiamo alla melagrana
ha una casa molto affollata la melagrana,
se solo offrisse rifugio anche a noi,
adesso la casa ci pare immensa, ogni camera
una separazione, i bambini una scatola chiusa
e i giardini nel caos: così come eravamo
amici di vite e orti, mentre si condivideva
il frutto della pergola, ecco che il ladro ha preso
a spogliare la vigna delle foglie, la vite è nuda!
Se nell’orto dei melograni arriva l’uomo bruto
la miseria si abbatte sul cuore, prima che sulla pelle,
prima che abbia freddo il cuore e la pelle si rattristi
e si apra e si sparga per noi, andiamo al fuoco;
la casa, come la melagrana è un giardino nell’altro
la donna è il giardino dell’amore, edera folle,
stringiamoci al suo amore, presto, andiamo al fuoco
Sia detto, dalla mano del fuoco abbiamo colto quest’amore!

Haydar Ergülen, traduzione di Nicola Verderame

Inchinami a ciò che di me è più grande

novembre 22, 2021

Portami in faccia ancora il vento
e le luci da sopra la collina,
raccontami famiglie, il borgo del paese,
le piante che dovevi arrampicare.

Dimmi dei prati dove giocavi,
di cosa c’è adesso ne ha preso il posto,
di cosa sarà di queste mie mani.

Curami avvolto nel centro del letto,
inchinami a ciò che di me è più grande,
fischiami l’harvest fammi
addormentare.

(Giorgio Casali, da Domestiche Abitudini, Contatti Edizioni 2020)

XVIII. La Luna

novembre 22, 2021

Inchiodati ma non ancora in croce, qui 
non si distingue lo schianto da una svolta; 
fa talmente caldo che l’aria davanti 
svirgola e sembra un muro ma è solo 
la vista che assorbe dal nero qualche forma 
di splendore, e non si abitua. 

Davide LUCANTONI, Mem, Osimo: Arcipelago Itaca Edizioni, 2021

Essenziale (vol. 21)

novembre 22, 2021

Dichiaro aperta la veduta.
Rami seccati, lupi che passano
sotto la neve, bacche rosse
baricentro abbassato.
Dichiaro aperto il sentimento.
Mi manchi quanto è lontano
il giardino di Nettuno.
Non ci ascolta nessuno.
Dichiaro aperta l’esperienza.

Gianluca Moro

In chiesta sul mancare. Alla maniera di Neruda

novembre 22, 2021

¿Dormi bene la notte?

¿Rivivi sempre le stesse situazioni?

¿Chi stai cercando?

¿Di dove sei? Voglio dire, di dov’è il tuo bell’accento?

¿Tuo padre, il padre di tuo padre, di dove sono?

¿Dov’è qui?

¿Credi che i nostri ricordi dolorosi possano svanire? Presto?

¿Hai mai pensato che se il fuoco si spegne lo possiamo riaccendere?

¿Ricordi le conversazioni con tua madre sulla bellezza e sul terrore, sulle ombre senza sostanza, sull’ostilità della vita?

¿Qual è l’ingegnosa ferita che hai sulla punta della lingua?

¿Credi che fossimo meno fragili prima dell’invenzione del silenzio?

¿Credi che sia giunta l’ora di cambiare?

¿Perché?

¿Ti irriti facilmente?

¿Stai pagando per le illusioni perdute tue o altrui?

¿Canti?

¿Credi che la terapia ci possa distrarre dal rispettare pienamente il dolore?

¿Te ne stai a piedi nudi su una superficie di acqua gelata?

¿Hai visto la mia quercia?

¿Hai risolto le tue crisi di fiducia?

¿Ti fanno ancora paura gli scivoli alti? Oppure adesso hai paura solo della morte?

¿Lo sai che siamo quasi arrivati?

¿Hai dimenticato perché ti sei stabilita in questa città?

¿Devi continuare a essere considerata di successo in senso stretto?

¿Qualcuno si è mai innamorato di te tanto da sfiorare la follia?

¿Sei un agente sotto copertura?

¿Non sarebbe divertente?

¿Chi di noi ha lasciato il ventesimo secolo con il cuore più gonfio?

¿Tu? Mi prendi in giro?

¿Hai mai percepito l’esistenza reale di un’altra persona?

¿E tu?

¿Leggi?

¿Hai fotoresistenze nel cuore, negli occhi, tanto più potenti quanto più amore ricevono?

¿Ti mangi le unghie?

¿Sei capace di aspettare?

¿Hai mai chiesto a un amico se i suoi genitori erano profughi? Da un luogo qualunque?

¿Sei a pochi minuti appena da un futuro aperto?

¿Trentasei minuti?

¿Ti mancano i vecchi tempi?

¿Credi che troverò mai l’angolazione da cui vedere le tue mani come esseri paralleli?

¿Vuoi un po’ di carote?

¿Dove fai la spesa?

¿Esiste un registro delle perdite annue?

¿Stai guardando la sottile lama di luce che scivola fino in fondo alla cucina del tuo vicino?

¿Ti va di spingermi con molta delicatezza quell’asta di bandiera nel culo?

¿Sai che fuori dal tempo le cose sono ancora più caotiche?

¿Dietro a quale porta stai?

¿Quando non ridi, di cos’è che non ridi?

¿Hai un animale domestico?

¿Ti capita di avere la mente preda di vertigini?

¿Sei l’antica Grecia rispetto alla Roma imperiale?

¿Te ne vai inutilmente a caccia di vergogna o di gloria tra le pagine della tua storia personale?

¿Il narcisismo ha mai avuto la meglio su di te?

¿Un conoscente non ti ha riconosciuta per strada?

¿E i tuoi parenti cosa pensano di te?

¿Sei tu l’unica colonizzata che non coglie l’estasi dell’autosabotaggio?

¿Cosa ti ci vorrebbe per andare oltre?

¿La donna scomparsa l’hai vista prima o dopo la bruma?

¿È troppo tardi per tornare alle barche?

¿Ti sono state date indicazioni sbagliate più di una volta?

¿Che cosa fai se non ti guardo?

¿Sei il re di dove?

¿Come nascondi la tua ignoranza? Continuando a ripetere la stessa cosa?

¿Sei allergica al polline?

¿La tua autocoscienza nazionale è contagiosa?

¿Sai che la violenza estrema rilassa i nervi?

¿Preghi?

¿Cosa c’è di più casalingo del tuo sguardo filantropico?

¿Se te lo chiedo te ne vai?

¿Senti di avere bisogno di un’identità coerente?

¿Ti manca una madrepatria a cui tu non manchi per niente?

¿Ti senti come se stessi sprofondando in una palude?

¿Hai ferito i sentimenti di un poeta russo morto?

¿Non è stato divertente quando hai detto “ciao, sono io”?

¿Lo sai che non dovresti affezionarti a me se sto morendo?

¿Quand’è che sono state cancellate la nostra storia e la nostra lingua?

¿Cos’è che manca tra noi due?

¿Te la meriti la mia voce?

¿Cosa me ne faccio delle rose per cui ti sei prostituito?

¿Guardi sempre il mondo dalle fessure del tuo nascondiglio?

¿Che c’è di strano nel paragonare i nostri costanti pregiudizi ad azalee?

¿Ti senti sempre bloccata a metà strada?

¿Sei a tuo agio stando alle spalle dei tuoi contemporanei?

¿Ti sei sempre sentito a un passo dall’avere una vita vera?

¿I tuoi vicini conoscono il tuo vero nome?

¿Te ne vai sbattendo la porta se dico ancora una volta “imperialismo culturale”?

¿Rischi che le tue pseudovoci prendano il controllo?

¿Conti su di me?

¿Puoi mettere una piantagione di ciliegi nel tuo cortile?

¿Sai nuotare come un’anguilla?

¿Hai fatto incredibili passi avanti verso un bel niente?

¿Credo che si potrebbe aggiungere qualcosa?

¿È inutile sperare che i nostri sentimenti ci possano indicare una via d’uscita da questo caos?

¿Sarebbe chiedere troppo?

¿Le tue false apparenze ti hanno mai aiutato?

¿Sei mai incappata in conversazioni che valesse la pena origliare?

¿Ti capita mai di suonare come me?

¿E allora di dov’è quell’accento?

¿Cos’hanno in comune le convulsioni orgasmiche del tuo drink con il cosmo?

¿Come sono stati i tuoi ultimi tre secondi?

¿Ti piacciono le lunghe e tortuose ouverture della musica persiana?

¿Qual è l’aggettivo più sciocco con cui hai mai dovuto fare i conti?

¿Cosa stiamo aspettando ancora?

¿Credi che il tuo paese ti ricorderà per sempre?

¿Cosa ti ha fatto pensare che avessi una macchina da cucire?

¿Sei in grado di dirmi che è ora di andare senza guardare l’orologio, solo con gli occhi?

¿Chi va incolpato per il fatto che ci manca tutto?

¿Chi cazzo era Picasso?

¿Hai mai pensato di concederti un tentativo con l’amore eterosessuale?

¿Una volta soltanto?

¿Dovrei dire forza, fatti sotto a quell’anima in eterna sofferenza che so che si farà sotto in ogni caso?

¿Hai visto qualche falco o gufo ultimamente?

¿Dovrei dire guardami, due volte ma molto veloce?

¿La cosa che accosti a un’altra cosa è la vera porta per la tua psiche?

¿Credi di esporre il tuo corpo se te ne stai accanto alla finestra?

¿Qual è l’aspetto del non essere romantico che ti rende più fiero?

¿Quale livello di discorso credi ci distruggerà più in fretta?

¿Hai appena chiamato il mio smoking “giacca spiegazzata”?

¿Questa cultura alternativa ci rimodella a sua volta?

¿Le tue deviazioni come hanno influito sulla strada?

¿Quando parlano i tuoi amici senti la voce di Aristotele?

¿Quando ti tocco la pelle del collo è un diagramma o una mappa tra la pelle e la carne?

¿Trovi un po’ piatto spiegare il caos?

¿Ti ha mai contattata un amante di eoni fa per tossire nervosamente e dire ciao?

¿Criticare il capitalismo con tutte le nostre forze può evitarci di essere presi per poeti?

¿Se mai dovessimo importare a qualcuno chi decifrerà i nostri messaggi confusi?

¿Hai capito?

¿E quindi?

¿Ti ho detto che ho letto le tue lettere dalla prigione?

¿Hai notato che possiamo riassumere tutto quello che ci capita con delle storielle zen?

¿Quando ti rivedrà quella casa in campagna?

¿Esistono ancora le rose rosa e color crema?

¿Trovi ancora triste la parola “marciapiede”?

¿E su quello cosa proietti?

¿Quel velo opaco che doveva attutire la nostra lucidità ci sta trasformando in bruchi?

¿Sei in ben altra forma adesso?

¿E adesso?

¿Da quando?

¿Chi di noi è il più radicale?

¿E le rondini?

¿Che cosa avevamo per completare il nostro silenzio? E perché l’abbiamo rifiutato?

¿Chi dice che ormai non sia diventato te?

¿È qui che si deve svoltare?

¿Cosa provi quando ti confondi con l’ambiente?

¿Quello sguardo non è stato altro che ricapitolare tutto ciò che è mai esistito?

¿Il tuo spacciatore sa che sei qui con me?

¿Che ne facciamo di quell’impulso?

¿Ci sono le istruzioni?

¿Dovrebbero esserci più riferimenti alla letteratura persiana?

¿Come dovrebbe essere il primo verso di un’elegia dedicata a un’anatra ricoperta di petrolio?

¿È più probabile che arrivi la speranza o l’inverno?

¿Su base quotidiana cosa ci fanno le aspettative?

¿Le cose nascoste possono ripetersi nelle oscure forme dell’ossessione?

¿Onori i ricordi che dovresti aver avuto?

¿Hai detto che le strutture sono messe in fila per creare circoli viziosi alle illusioni?

¿Possiamo renderli reali con gli acquarelli?

¿Come posso capire se siamo in silenziosa armonia o se invece le nostre onde sonore sono diventate troppo flebili per vibrare nell’aria?

¿E se le nostre parole si fossero congelate in materia solida?

¿Mi senti?

¿Il considerare gli altri con sufficienza ci sta venendo a rompere il cazzo?

¿Ci guadagniamo in saggezza proprio adesso che stiamo per affondare?

¿Il merluzzo morto che ho premuto contro le labbra è la fine di tutto?

¿Possiamo sovvertire il potere di “tutto” aggiungendo “cazzo”?

¿Un albero alto si è mai piegato a salutarti?

¿Che fine ha fatto la calma delle serate estive? L’emisfero sud?

¿Ti senti in gola le stelle morte?

¿Quando il genocidio ebbe inizio, qual era la battuta di apertura?

¿Quei moti circolari dentro di noi erano le stagioni del non amare/amare troppo?

¿L’estasi è iniziata proprio adesso che i negoziati sono conclusi?

¿Riesci a sopportare questo peso? Quando le presupposizioni perseguitano i passanti? E quando noi non c’entriamo? Riesci a sopportare questo peso?

¿Mi dici qualcosa delle tue ascendenze aristocratiche?

¿Hai mai sviluppato foto con lo sciroppo per la tosse?

¿Ti capita mai di vederti come uno straniero contro muri grigi senza appigli e niente in tasca tranne un telefono prepagato?

¿Dobbiamo andarcene prima che le muffe penetrino le nostre radici?

¿Le frontiere sono tutte negate dai limiti della tua stanza da letto?

¿Quarant’anni dopo la fuga e alla fine i paparazzi ci hanno beccati a fare cosa?

¿Ne valeva la pena?

¿Il tuo nome è quello di una forma poetica?

¿Che ci fanno i tuoi occhiali sul mio zerbino?

¿Cosa resta da fare per le nostre questioni vitali?

¿Eri tu in tv l’altro giorno? Che camminavi dai gradini della stazione verso oceani e campi aperti?

¿Cos’è successo ai ciottoli che ti si accumulavano attorno alle dita dei piedi?

¿Lascerai messaggi sulla mia segreteria telefonica?

¿Stai prendendo in considerazione di darmi addosso?

¿Posso dire che questo è tutto?

¿Hai letto dei miei fallimenti?

¿Ne hai almeno sentito parlare?

¿Ti rivedrò?

Ghazal Mosadeq

traduzione di Andrea Raos

Firenze

novembre 22, 2021

Firenze le arriva dritta in gola. Tredici anni; le scarpe ancora zuppe di latte. Affretta i passi dietro gli altri. Negli occhi ha un burrone di paura. 

C’è odore di muffa sulle pietre schivate dalla luce. Le scarpe nuove le vanno larghe. E sono orrende. Sua madre gliele ha prese proprio per la gita di classe “così ti vanno bene anche l’anno prossimo”, “…metti due paia di calze, che stai anche più calda”. Arranca cercando di tenere il passo alle compagne. 

Francesca ride allacciata al braccio di Giulio; invidia la sua spensieratezza, quel modo di stare in mezzo alle cose col viso pieno di sole. Carla e Rosi si stringono l’una all’altra e ridacchiano. Hanno le felpe allacciate in vita. Guardano i ragazzi e i ragazzi guardano loro. Allunga il passo; cerca di dire qualcosa; tutto vola via senza toccare terra.

Nella camerata della pensione di bassa categoria dove alloggiano, ci sono sei letti e un lavandino che gocciola. Ha sete. La notte si alza e beve a piccoli sorsi dalla mano. L’acqua sa di ruggine, le brucia in gola. I soldi sua madre glieli ha cuciti dentro le mutande. Giusto qualche spicciolo nel caso ne avesse proprio bisogno. Ogni volta che va in bagno ha paura che le cadano nel buco.

Francesca è la più carina. E’ spiritosa e gentile. I capelli folti le scendono fin sotto le scapole. Vorrebbe dirglielo che è bella. Finita la colazione la vede avviarsi in mezzo al gruppo. Giulio la avvicina e proseguono insieme; le cinge la vita come avesse fiori nei fianchi. Forse più tardi si baceranno. Si ferma a guardarli. Le loro bocche. Vorrebbe guardarli per sempre. Poi solleva gli occhi. In alto, comignoli, lontanissimi. Al suo paese solo case basse, case che ci stanno tutte in uno sguardo, fanno l’amore al buio, spingono le parole in  gola. Non urlare, dicono.

Iole Toini

Presagio

novembre 22, 2021

Basta con questi rami, questa luce.

Il cielo, anche se azzurro, mi intralcia.

Da quando ho cominciato a capire

di avere altro da fare,

non so più stare dietro al ritmo

dei giorni col passo agile degli altri inverni.

L’albero svettante,

quello che l’alba tingeva d’oro

è stato abbattuto – quel fervore di uccelli e cherubini

soffocato. La siccità ha scurito

più di una foglia verde.

                                          Da quando

so che un altro desiderio ha cominciato

a proiettare i suoi lacci fuori di me

in un luogo ignoto, mi protendo

in un silenzio quasi presente,

inafferrabile tra i battiti del cuore.

Intimation

 I am impatient with these branches, this light.

 The sky, however blue, intrudes.

  Because I’ve begun to see

  there is something else I must do,

  I can’t quite catch the rhythm

  of days I moved well to in other winters.

  The steeple tree

  was cut down, the one that daybreak

  used to gild – that fervor of birds and cherubim

  subdued. Drought has dulled

  many a green blade.

                                          Because

  I know  a different need has begun

  to cast its lines out from me into

  a place unknown, I reach

  for a silence almost present,

  elusive among my heartbeats.

Denise Levertov

da Collected Poems, New Directions, 2013

traduzione di Paola Splendore