febbraio 27, 2020

Ci siamo appesi con una corda al collo in azienda,
siamo affondati, come dei veri capitani, con la nave.
Questo è l’orgoglio, il premio alla carriera, di noi
piccoli imprenditori del nordest colati a picco con
la crisi più brutta dopo quella del ventinove. Farci
trovare penzoloni nei nostri capannoni è un fatto
per noi di indubbio valore in un mondo senza valori.
Abbiamo creduto nella lega, abbiamo creduto in berlu-
sconi. In realtù questa, oramai possiamo dirlo, era una
balla. Ma ci piaceva sentirci ancora padroni, padroni
di qualcosa di nostro nell’Italia dei ladroni, noi eravamo
gente semplice, poco istruita e che ama rimboccarsi le
maniche. Ma quando abbiamo dovuto licenziare dal
nostro nosocomio gli operai con cui la sera ci ritrova-
vamo al bar, quando le loro mogli non ci mandavano
più sorrisi allusivi ma sguardi smarriti perché dovevamo
licenziare i loro mariti e quindi addio shopping il sabato
con successiva cenetta e scopata, ecco allora noi ci siamo
sentiti improvvisamente anormali, come quelli che prendono
gli psicofarmaci, i drogati, e quindi pur di non andare
dal dottore di cui ci si vergogna ci siamo suicidati. Tanto
certe cose si fanno in un attimo, meglio levarselo subito
il dente malato e a noi che non avemmo nessuna dimestichezza
col pensiero filosofico ci premeva soprattutto la dignità
i quattrini e conseguente fica in quantità. Le nostre mogli
adesso mettono in vendita le villette di barbie, ma nessuno
le può comperare, e questo ci riempie di un piacere volgare che
ci piace. Rimarranno anche loro più morte di noi lassù povere
nel loro nosocomio, che non ammette questa condizione.
Sui capannoni lungo la piana ci hanno scritto tanti
affittasi, noi affissi loro affitti e intanto gli infissi
già cominciano ad arrugginire e tutto imploderà affon-
dando nella melma della piana, visto che ormai il clima
si è fatto subtropicale nelle pianure nebbiose e afose
del vostro nosocomio. Abbiamo fatto bene a non aspettare.

 

(Rosaria Lo Russo, da Nel nosocomio, Effigie 2016)

Etica e resurrezione

febbraio 27, 2020

Abbiamo visto la resurrezione
l’abbiamo chiamata ipotesi: una questione
di atteggiamenti, sapori, linee di confine,
spingersi avanti per non retrocedere,
avere paura. Gli errori sono edera,
senza seme non fioriscono. Guarda
la responsabilità scintillante
come spande la sua luce, la sofferenza
animale: ce la portiamo sulle spalle
diversi pesi e stesse consistenze.

Sei troppo viva, troppo vera
eppure fantasma. Ti ho costruita
come fossi una prosa: ci ho messo
del mio, prima lasciandomi andare
e poi – sempre sotto controllo –
seguire l’ansa, il letto, la direzione.

Siamo simili, ci eguagliamo.
Vivo e sono pubblico: la macchina
costruisce archi di meridiano, i corpi
angoli sempre nuovi. Attendo
le sterzate più brusche per voltarmi
e rifletterti, guardare
la nuova posizione che assumi.

Pietro Cardelli (Borgo San Lorenzo, 1994), da Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos Y Marcos, 2019)

thermal treasures

febbraio 24, 2020

in immersione, posto per definizione a zero, avrà luogo qualcosa
per tensioni, scosse, minime terminazioni. per arco e ritorno finisce
ad aprirsi un accesso marino: una massa viva e segnalante, minata,
una flottazione massiccia, i gesti di violenza, lo strangolamento,
il particolare consacrato in vicinanza al punto di osservazione
del natante – he has not confessed, he has made no statement,
charges of murder have been accepted against him – nell’atto
di riconoscimento della deriva. da polo a spigolo, da bordo a fuga
termica ne sente lo sbaglio, l’incremento, il pericolo, il corto
inevitabile (a latere di vita, ovviamente), la steccata, il sistema
di alimentazione del presente giunto a riva, in retromarcia
nella secca, nel difetto di energia che adesso può disperdere.

 

(Daniele Bellomi, da La parola informe – esplorazioni e nuove scritture dell’ultracontemporaneità, Marco Saya Edizioni 2018)

lettera

febbraio 24, 2020

Vorrei scrivere una lettera a mio padre
dal nucleo non oscuro dell’insonnia,
non troppo oscuro, mi correggo, ché s’affaccia
la memoria delle nostre albe alla volta di Briga,
a malapena pensata intravista respirata
lungo il sentiero che scende alla Badìa.
Una lettera che non spedisco se non a ignota,
amata, amara destinazione, oppure solamente
a una presenza che i luoghi, ovunque, pronunciano.
Una lettera che diviene il telegramma del suo motto
improvviso di saggezza e rabbia, di ironia
e amororosa severa benevolenza verso le sorti
di ciascuno e tutti. O la cartolina non spedita
della luce che al mattino promette quiete
e a sera abbraccia e scalza. Una lettera
pensata al nord, in una piazza.

 

Enrico De Lea

febbraio 23, 2020

sotto le coltri soffici seguivamo il trascorrere delle stagioni, le foglie
erano le stesse, non cambiava quel senso di sconforto
quando qualcosa cessava – fosse un sogno o una vita

nessuno si poneva le domande
che oggi irrompono e ci spezzano i vetri

i giorni passavano lenti e senza noia, noi
con gli occhi bene aperti a guardare fuori

da lontano perlustravamo i perimetri dei continenti
ne seguivamo il contorno con il dito
cercando di essere attenti
ad ogni insenatura di costa, alle faglie che da quaggiù
si vedono anche ad occhio nudo

non speravamo di essere lontani

non c’era sogno che potesse distoglierci
dal contemplare quell’orizzonte buio, il suo sfumare lieve
nel punto di sutura tra terra e cielo

 

(Paola Nasti, da Cronache dell’Antiterra, Oédipus 2018)

febbraio 23, 2020

Il piede del bambino più piccolo
è più grande d’ogni tuo pensiero
Cosa mangia la foglia adesso?
Il pianto del bambino più piccolo
ha coperto il tuo canto, il mondo
sta strillando sull’altare
Il fiume, il salice, la porta. Il tronco spalancato
Ti cadono le foglie dalla testa, te ne accorgi?

Ida Travi (Cologne, 1948), da Tasar (Moretti &Vitali, 2018)

Sopra le barche

febbraio 23, 2020

Anche oggi dalle mani digiune sgorgano canzoni.
Le canzoni abbracciano gli scogli. Diventano alghe, escrementi.

Sopra le barche gli uomini cantano. I canti sono onde, vanno a corpi di luce.
Sopra le barche si inventano i nuovi colori, nomi di stelle, confitti alle gole.

Quando piove si spande la nota delle canzoni blu.
Hanno occhi luccicanti. Hanno mani intrecciate alle sponde.

Quando piove, le canzoni con i piedi piccoli risalgono i colli delle madri, inventano un altro orizzonte.

Di quell’orizzonte si cibano beccacce.

Lungo le spiagge si raccolgono le ciglia invernali, si stendono i drappi, si torcono panni di voci esplose.

Ognuno ha un fiore da sotterrare senza colore né terra né nome.
Ognuno ha una luce da nascere.

La grazia è sospesa nel sangue.

*

Marcire tutte le cose viventi.
I semi non andranno perduti.

 

Iole Toini

febbraio 20, 2020

Caro F., / non conosco niente che in origine / non abbia
avuto l’odore dei fiori. / Vedi cosa si può sprigionare da qui,
/ da un semplice punto? / A quest’ora, / su un altro sistema
solare con abitabilità planetaria, / forse sono presenti più
malintenzionati / che malintesi. / Qui no. / È piovuto, adesso
non piove più. / Si sente l’annuncio dei pensieri finiti.

 

(Letizia Di Cagno, da Abitare la parola, a cura di Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello, Ladolfi Editore 2019)

febbraio 19, 2020

Partire da un’immagine. Sapere
che nulla capovolgerebbe il nastro, che domani
altri occupanti abuseranno del dormiveglia,
delle meditazioni dentro i treni. L’immagine resiste.
L’illusione di ricostruire un corpo, una disposizione di
oggetti,
un umore di pioggia, il lascito di una telefonata.
Un nucleo a malapena si conserva:
un codice di segni universali, una radice.
Accorgersi del mondo, del suo scorrere.

 

(Emanuele Franceschetti, a Abitare la parola, a cura di Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello, Ladolfi Editore 2019)

Per dispetto

febbraio 19, 2020

Io credo che lo facesse per dispetto:
dire male alla madre, bestemmiare quasi
e avere il collo gonfio nell’atto di urlare,
quell’urtare l’aria attorno col braccio, braccare
l’atmosfera a bocca larga e lamentarsi.
Ma sapeva abbracciare
restava per ore attaccato, una morsa
e prendeva le parole della madre
le rivoltava, le vomitava, le cercava
dentro un cunicolo di capricci svaporati.

L’acquaragia la bevo, non la uso per i pennelli.
La madre gettava via il rossetto e metteva
un grido sul volto, più stretto del grembiule
che portava sempre, da domenica a domenica.

L’acquaragia è un solvente
io risolvo
tutte le equazioni
faccio io, come voglio.

 

(Andrea Mella, da Il misantropo dei Sargassi, Edizioni del Foglio Clandestino 2018)