staz i one pioggia

giugno 23, 2019

dicono sia la morte questo senso
di spossatezza
questa stazione zuppa
di mosche

si dorme quasi sempre
uno sull’altro,
sui corpi fiorisce l’edera di casa
-io lo so che verrete
madre
il nulla ci mangia nella mano
come fosse un cane

Francesco Maria Tipaldi (Nocera Inferiore, 1986), da Traum (Lietocolle, 2014)

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In quel momento

giugno 23, 2019

Non è vero che l’esperienza del dolore è uguale.
Resta alla fine del giorno,
lungo il crinale della sera, un discorso
aperto, qualcosa che non si può dire.
Lo sappiamo:
chi sa come guarire sa anche uccidere. Ancora:
ciò che è universale
è il vuoto e non il senso. Verità
che valgono per tutti. E su questo
i ministri della consolazione inventeranno
anche per te il linguaggio
dell’esperienza del dolore e del male,
appresteranno il codice entro cui leggerai
l’esperienza di sofferenza che ti aspetta.

Ecco il vero punto omega è questo: quando
mi vedrai morire sarai unica,
separata dagli altri, non sostituibile. Ci allontaneremo
anche per questo, in quel momento. Saremo
una scommessa, punti che si cercano, come
lontani pianeti imprudenti, soli
e persi nel desiderio di solcare i cieli.

Gabriel Del Sarto (1972), da Il grande innocente (Nino Aragno Editore, 2017)

giugno 23, 2019

ci fa perdere gli occhi
questa tristezza
svilisce la luce
l’intensità di grazia
ammala il pensiero
fa del corpo carcassa
nell’imbroglio del ciclo circadiano
disorienta la fame
il sorriso, la cura
lentamente
impaura la bellezza

h: 10,30  19/02/2018

 

Alice Scano

Fuori dalla città

giugno 23, 2019

Fuori dalla città – nulla
Questo nulla è l’infanzia

Per V. M.

Qui è timidezza che parla
I polpastrelli anneriti
Il fiato mai corto
Le ginocchia sbucciate

                1. Tutto era mondo e cosmo

    Nulla resisteva alla sua perfezioneL’inermità era forma di vitaL’unica che si potesse portare

                              1. Le sue erano rosee

      Sottili affusolate ditaPolpastrelli anneritiE ginocchia e polpacciChe si stentava a credereCosì teneri così feroci

      Il mondo dei grandi
      È pieno di disgusti
      Categorie elencazioni distinzioni
      Un’ermeneutica di cattivi odori
      E il voler insegnare
      E il pretendere emulazione
      Indicando cose
      Essendo altre

                    1. Dovrò anche io

        Sporcarmi di contraddizioneAggrottare la fronteDissimulare per avereNon sorridere per difendermiSorridere per nascondermiTrasecolare e schermirmiPretendere e perorareProteggermi sempreDa un assurdo assedio

                                  1. Ogni volto era veramente

          Più bello del mio –Quello di mio padreDi mia madre.E il volto di leiTeneramente in boccioLe sclere bianchissimeCome mai lo sonoSe non a undici anni.E allora andiamo su a giocareA casa non c’è mio padre –E l’orgoglio di portartiCosì evidenteTrasparente mentre chiudo il portoneDal sorriso i miei occhi

          L’estate era
          Una piccola eternità
          Da scontare al sole
          Da sprecare
          Inanellare ad altre
          Senza distinguerle
          Ma tutte agglutinare
          In un punto
          Nel caldo nell’umido
          Riposte – dimenticate

                        1. Tu sei quel tempo immobile

            Lo iato sospesoTra due estremi scoscesiLa proiezione del presente all’eternoL’istante consumatoE ora vivo e presenteEnigma specchiatoImpostura – simulacro

                                      1. Tutto era già salvo

              Tutto conchiusoIn una sfera incorruttibile.Presto corrotto –È bastato crescesseroI primi peliChe emergesseroLe prime voglieE tutto si è persoLasciando qualcosaVacanteIl calco di un bruciato corpoIn una terra copertaDi smemoratezza –Lava – pomice

              Per M. C.

              Tua madre aveva
              Gambe di elefante
              E un sorriso da odalisca dolce
              E passi polverosi
              Su gradini di granito
              Sull’uscio del palazzo
              Lasciandosi dietro
              Il buon odore
              Delle cose buone
              Ordinate e ben riposte
              Per noi con cura da altri

                            1. Ciò che sapevo bastava

                A vivere fuori dalla cittàMa questa mia vacanzaNon era ben vistaEra a terminePer il mio beneCertamenteChe mi sporcassiCome loroChe studiassiChe lavorassiChe facessi qualcosaChe fossi qualcunoTutto chiunqueNon quello che facevoNon quello che ero

                Per G.

                                          1. Stare soli

                  Era un giocoDi squadra.LavorareCi avevano dettoEra importanteTuttoLetteralmente –PossibileChe il paneCostasse tanto?In casa il superfluoEra poco ma c’eraA simularci una presenzaA ricordarci che qualcunoSarebbe tornatoStanco la sera.A quel giocoCi siamo abituatiNe siamo diventatiDiciamo cosìGiocatori provetti.Al costo peròDi vederci lontanatiEsclusiCiascuno chiusoIn un mondo assurdoIncomprensibilmente proprioEstraneo e conchiuso.Il volgere degli anniMalamente ne hannoLavato via il dolore

                  I petali raccolti
                  Nell’acqua
                  Le pigne
                  Lasciano il nero –
                  Le tue labbra
                  Non c’erano.
                  Il gatto putrefatto
                  Tra l’erba
                  Le interiora squadernate
                  L’epifania di una morte
                  Orrenda solo
                  Per l’odore che butta
                  I vermi che produce.
                  Le tue labbra non c’erano –
                  I denti bianchissimi
                  Il fiato di rose
                  L’incongruenza
                  Delle gambe graffiate
                  La peluria sulle braccia.
                  Non ti ascolto
                  Non voglio capire
                  Ciò che dici.
                  I gattini sono persi
                  Senza la madre
                  Chiedi aiuto per loro
                  Piangi e chiedi.
                  Non capisco –
                  Per me ora
                  Ci sono solo i tuoi occhi
                  Le tue lacrime
                  Le tue labbra
                  Non ciò che dici
                  Ciò che chiedi

                                1. Quel furore

                    Da soverchia vitaNon mi hai mai ammalato.E ora che attenuaAnche in teCome morbo dischiusoMi sento meno solo –Assimilati siamo infineNella stessa inanità?

                                              1. Segni di vite aliene

                      Chimeriche trasfigurazioniQuelle foglie peloseCadute dagli alberiChissà comeProbabilmente perseCome involucri da esseriLa cui assenza contemplavamoNell’attesa dell’epifaniaDella loro forma metamorfica.O forse ci ingannavamoForse volevamo che fosseroChe esistessero: sii, ti prego, e dolcemente! –Non fare che tutto sia come appareChe tutto sia come sembra essere

                      È ora come allora
                      È come sempre l’amore
                      Tacerlo
                      Trattenerlo
                      Come ultimo fiato
                      Sul letto di morte?

                       

                      Domenico Lombardini

                      giugno 23, 2019

                      sul concetto di nitore bisogna ancora
                      riflettere perché we know what to do
                      but we do not do, amico mio, perché
                      la proposta di una vita più gentile
                      non è modesta, né passibile di lodi:
                      bisogna almeno che una neve spezzi
                      la corteccia dura del cardo,
                      che svuoti di dentro l’amarezza,
                      la cruda presunzione di reato…

                      Marco Corsi (1985), da Pronomi personali (Interlinea, 2017)

                      giugno 21, 2019

                      volevo dirti che

                      qualche volta l’erba è gelata
                      come se la difficoltà fosse un giorno di febbraio
                      che proprio mentre sto scrivendo una signora dietro di me sbircia
                      come uno scoiattolo da un ramo
                      e che vorrei sapere se quello che volevo dirti poi si è capito
                      o mi è rimasto nella bocca come un bacio non dato

                      una mattina che tarda ad arrivare
                      un sacrificio pagano
                      una scure

                      però poi anche un sorriso
                      una mano nei capelli
                      una nota che da lontano rompe la notte sono cose che puoi tocca-
                      re attraversando la vita
                      e che poi proprio qui adesso al centro del netto di un cortile un venta-
                      glio muove l’aria come fosse un vento
                      e che vento mi sembra di sentire mentre mi accorgo di qualcuno
                      che lascia i suoi passi nelle scarpe che qui hai lasciato come un
                      segno del tuo passaggio
                      quasi a dire ti amo ma da lontano.

                      Carmine Vitale

                      giugno 21, 2019

                      La città è una pausa nell’insonnia,
                      odora di sonno e di sangue
                      nella sua spessa carne questa casa
                      che la gente non ricorda, che la via oltrepassa.

                       

                      Stefano Dal Bianco, da Stanze del cattivo gusto

                      giugno 21, 2019

                      Io sono nascosto dalle piante, ogni giardino
                      copre altre persone, e io conosco male
                      chi cammina con il vento sulla strada.

                      Di notte la casa è scoperchiata
                      e con il buio entra la polvere
                      e io sento precisa la mia vita.

                       

                      Stefano Dal Bianco, da Stanze del cattivo gusto

                      giugno 21, 2019

                      Ognuno spera nella nuova casa quando il vento
                      fa morire e questo luogo
                      si ciba di api e di capelli. Voglio dormire
                      ancora, non voglio più dormire.

                       

                       

                      Stefano Dal Bianco, da La bella mano

                      giugno 21, 2019

                      Che ci sia l’esatto. Non di rado
                      più vicino al cuore e qui capelli bocca naso ancora
                      sperando di averli più vicini.
                      Nuovo liquore interno, sangue.

                       

                       

                      Stefano Dal Bianco, da La bella mano