Quando ero albero, c’è una parte di me che avverte
con tale tenerezza l’umidità acerba delle cortecce
e il legno autunnale infradicirsi sotto il musco
da sentirsi fatta di verde. Così è nata la metamorfosi in pietra,
e quella delle ragazze in rami
e le incantevoli storie. Tutta la fratellanza chimica ci chiama,
le cose con le cose, e non solo la vita
ma la morte, secondo il procedimento
delle contorsioni dei lombrichi, e dei maleodoranti
microrganismi; e la donna
con l’uomo, e non soltanto
per le labbra aperte dell’estro
ma per le fresche membra degli alberi e noi,
che si avvolgono insieme, ci chiamano all’ombra
e si fanno palpare nei frutti, mangiare
come i felini le carni, in tutto un rimescolio
di male e di bene.
anche in un minimo rivo
ingombro d’erbe – e i pesci
tra le gambe, in un trasalimento, comel’amore
per tutte le femmine; e credo che spiriti della scienza
giochino tra noi,
con gli ottaedri, grattati dal terriccio – e forse
mischiati in noi, ci bacino: è troppo felice la carne
ha fremiti da superni,
e tutti i vibratili epiteli, e l’epidermide
che il sudore cosparge nei giochi – e e urla e i gemiti
tra gli spasimi del nostro dolore
di ridanno alle profondità. Agl’inferi, che nel buio conservano
germinazioni azzurre e verdi, a prismi,
a cubi, in amorose
compenetrazioni rosa
nell’ordine dei cristalli. E senza più niente ormai,
già quasi ischeletriti allunghiamo le braccia, le mani, fuori
dai lenzuoli, con lo sguardo sino a raggiungere
lontananze felici d’alberi, dietro le tende, e giovani volti,
allegri, attorno; e oltre le apparizioni e le riapparizioni
del sole, spersi atomi
senza più nome, ancora in primavera chiamiamo e amiamo.