Archivio per la categoria ‘edoardo sanguineti’

da Novissimum Testamentum

Aprile 18, 2008

nell’anno novecento e ottanta e due,

sul principio del mese di novembre,

gabbati i santi, e gabbati anche i morti;

tra le ore diciassette e le diciotto,

questo settimo giorno, che è domenica,

io qui presente sottoscritto, in Como, 

dentro i locali della Media Foscolo,

novanta e nove di via Borgo Vico,

 

pubblicamente dichiaro e certifico

che per sempre rinunzio all’universo:

testimoniate per me, per un’ora,

e per un’ora, con me, vigilate:

se oggi chiudo e sbaracco e mollo e stacco,

getto la spugna e faccio il punto e a capo,

sarà perchè tengo ragioni buone,

che tutte non le vengo a raccontare:

 

[...]

 

dico che lascio parole d’amore:

dico quelle che scrissi e che non scrissi,

dico quelle che dissi e che non dissi,

quelle pensate e quelle non pensate,

ma che, a pensarci, però, ci pansavo:

quando avrò lingua di cenere a polvere,

con quattro corde di vermi vocali,

ci potrà fare, quella, il suo conforto:

 

quando è finito ogni gesto d’amore,

dopo i baciari e dopo i carezzari,

e dopo gli abbracciari e gli avvinghiari,

e poi, dopo gli stringeri e i leccari,

e dopo, ancora, i succhiari e i pompari,

dopo i fellari e dopo gli iorrumari,

e, in tutte pose, tutti quanti i fotteri,

e, finalmente, tutti gli orgasmari,

 

così con uomo, e anche così con donna

così con altro, e anche così con me,

in quel fiato che ancora può soffiare,

se un soffio soffia, è un soffio di parole:

e così amore finisce in romanza,

e si chiude in canzone e cantilena;

amore muore in strambotto e in rispetto,

spira in stornello, in elegia,in sonetto:

 

[...]

 

la vita ci consuma, e come un’acqua

che si arrotonda le più quadre pietre,

così ci rode e morde e spolpa e spompa

e spoglia e sbuccia e succhia, e ci smidolla:

noi, l’uomo vivo, fa di pasta frolla:

e, comeun ghiaccio, che nel caldo ammolla,

scioglie i muscoli e i nervi in trista colla,

mentre ci svena il sangue a bolla a bolla:

 

guardate agli occhi miei, che un velo vela,

quasi sbavata nebbia sopra un vetro:

guardate al polso mio, che forte, trema, 

quasi criceto o acciuga, in rete o in gabbia:

sopra la pelle mia, scriba tenace,

il tempo ha inciso, con la sua lancetta,

lungo e largo, alto e basso, in furia e in fretta,

la sua firmetta netta maledetta:

 

[...]

 

da Erotopaegnia

Aprile 18, 2008

afferra questo mercurio, questa fredda gengiva, questo miele, questa sfera

di vetro arido; misura attentamente la testa del nostro

bambino e non torcere adesso il suo piede

impercettibile:

nel tuo capezzolo devi ormai convertire

un prolungato continente di lampade, il fiato ossessivo dei giardini

critici, le pigre balene del ventre, le ortiche

e il vino, e la nausea e la ruggine;

perché ogni strada subito

vorrá corrergli incontro, un’ernia ombelicale incidere

il suo profilo di fumo, qualche ippopotamo donargli

i suoi denti di forfora e di fosforo nero:

evita il vento,

i luoghi affollati, i giocolieri, gli insetti;

e a sei mesi egli potrá raddoppiare il suo peso, vedere l’oca,

stringere la vestaglia, assistere alla caduta dei gravi;

strappalo dunque alla sua vita di alghe e di globuli, di piccoli nodi,

di indecisi lobi:

il suo gemito conquisterá le tue liquide ferite

e i suoi occhi di obliquo burro correggeranno questi secoli senza nome!