Archivio per la categoria ‘amelia rosselli’

da Documento

Aprile 18, 2008

I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.

Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.

Puntando ai semi distrutti
eri l’unione appassita che cercavo
rubare il cuore d’un altro per poi servirsene.

La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.

Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d’un albergo immaginario
v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.

Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.

Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.

°

Aprile 18, 2008

Tu non vivi fra queste piante che s’attorcigliano

attorno a questo mio piede senza vasi, e

non hai nella tua linea alcuna canzone per

questi miei versi sterili ora che tu non

avvicini le tue labbra strette a questo mio

corpo ombrato.

 

Tu non appari a chiarire il mistero della

tua non-presenza, tu non stimoli i fiori

in corona attorno al mio polso, rotto perchè

non posso tenerti vicino. La luna ha anch’essa

un pendio misericordioso ma tu non agganci

stretti fili alla mia mano che tanto lontana

non può sollevare i pesi della tua testa

rotta dai singulti.

 

Temo di fare con la mia presenza scempio

delle occasioni, ora che tu non rinverdisci

l’orizzonte. Temo di apparire strana, confusa,

e belare quest’incomprensione. Temo di stendere

vigne vuote sul tuo piede scarlatto. Non

ho altro sorso dalle tue arse labbra che

questo mio empio mistero, noia del giorno

spaccato in mille schegge.

da La libellula

Aprile 18, 2008

La santità dei santi padri era un prodotto sì cangiante ch’io decisi di allontanare ogni dubbio dalla mia testa purtroppo troppo chiara e prendere 
il salto per un addio più difficile. E fu allora 
che la santa sede si prese la briga di saltare 
i fossi, non so come, ma ne rimasi allucinata. 
E fu allora che le misere salme dei nostri morti rimarono per l’intero in un echeggiare violento, 
oh io canto per le strade ma solo il santo padre 
sa dove tutto ciò va a finire. E tu le tue sante brighe porterai ginocchioni a quel tuo confessore 
ed egli ti darà quella benedetta benedizione 
ch’io vorrei fosse fatta di pane e olio. Dunque 
come dicevamo io ero stesa sull’erba putrida 
e le canzoni d’amore sorvolavano sulla mia testa 
ammalata d’amore, e io biascicavo tempeste e preghiere e tutti i lumi del santo padre erano accesi. La santa sede infatti biascicava canzoni puerili anche lei e tutte le automobili dei più ricchi artisti erano accolte tra le sue mura; 
o disdegno, nemmeno la cauta indagine fa si che 
noi possiamo nascondere i nostri più terrei difetti, come per esempio il farneticare in malandati 
versi, o lagrimare sulle mura storte delle nostre ambizioni: colori odorosi, di cera, staglíati 
nella odorante stalla dei buongustai. Ma nessun 
odio ho in preparazione nella mia cucina.solo la stancata bestia nascosta. E se il mare che 
fu quella lontana bestia nascosta mi dicesse 
cos’è che fa quel gran ansare, gli risponderei 
ma lasciami tranquilla, non ne posso più della tua lungaggine. Ma lui sa meglio di me quali 
sono le virtù dell’uomo. Io gli dico che è più felice la tarantola nel suo privato giardino, 
lui risponde ma tu non sai prendere. Le redini 
si staccano se non mi attengo al potere della razionalità lo so tu lo sai lo sanno alcuni ma ugualmente la cara tenda degli scontenti a volte perfora anche i miei sogni. E tu lo sai. E io 
lo so ma l’avanguardia è ancora cavalcioni su 
de le mie spalle e ride e sputa come una vecchia fattucchiera, e nemmeno io so dove è che debbo prendere il tram per arricchire i tuoi sogni, 
e le mie stelle. Ma tu vedi allora che ho perso anche io le leggiadre risplendenti capacità di chi sa fregarsene. Debbo mangiare. Tu devi correre. 
Io debbo alzar.Tu devi correre con la coda penzoloni. Io mi alzo, tu ti stiri le braccia in un lungo penibile addio, col sorriso stretto e duro sulla 
tua bocca non troppo ammirabile. E cos’è quel 
lume della verità se tu ironizzi? Null’altro 
che la povera pegna tu avesti dal mio cuore lacerato. Io non saprò mai guardarti in faccia; quel che desideravo dire se n’è andato per la finestra, 
quel che tu eri era un altro battaglione che io non so più guerrare; dunque quale nuova libertà 
cerchi fra stancate parole? Non la soave tenerezza di chi sta a casa ben ragguagliato dalle alte 
mura e pensa a sé. Non la stancata oblivione 
del gigante che sa di non poter rimare che entro 
il cerchio chiuso dei suoi desolati conoscenti; 
la luce è un premio di Dio,ed egli preferì vendersela che vedersela sporcata dalle tue oblivíonate mani. Non so cosa dico, tu non sai cosa cerchi, io 
non so cercarti. Nel mezzo di una luce che è 
chiara e di un’altra che è la cattiveria in persona cerco il ritornello. Nel mezzo d’un gracile cammino fatto di piccole erbe trastullate e perse nella sporca terra, io cerco, e tu ti muori presso un albero infruttuoso, sterile come la tua mano. 
0 vita breve tu ti sei sdraiata presso di me che 
ero ragazzina e ti sei posta ad ascoltare su 
la mia spalla, e non chiami per le rime. Io 
allungo le gambe e vendo i parafanghi con un 
color prezioso, tu ti stilli contento in un luccichio di cattive abitudini. Io mordo la mela per sostenere queste mie deboli vene al collo che scoppia di 
pena, e la macchina urla più forte della mia sensata voce. Io non so cosa voglio tu non sai 
chi sei, e siamo quasi pari…