Archivio per Aprile 2008

Gli uomini vuoti

Aprile 21, 2008

Un penny per il vecchio Guy

 

I
Siamo gli uomini vuoti 
Siamo gli uomini impagliati 
Che appoggiano l’un l’altro 
La testa piena di paglia. Ahimè! 
Le nostre voci secche, quando noi 
Insieme mormoriamo 
Sono quiete e senza senso 
Come vento nell’erba rinsecchita 
O come zampe di topo sopra vetri infranti 
Nella nostra arida cantina 

Figura senza forma, ombra senza colore, 
Forza paralizzata, gesto privo di moto; 

Coloro che han traghettato 
Con occhi diritti, all’altro regno della morte 
Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime 
Perdute e violente, ma solo 
Come gli uomini vuoti Gli uomini impagliati.. 
II 
Occhi che in sogno non oso incontrare 
Nel regno di sogno della morte 
Questi occhi non appaiono: 
Laggiù gli occhi sono 
Luce di sole su una colonna infranta 

Laggiù un albero ondeggia 
E voci vi sono 
Nel cantare del vento 
Più distanti e più solenni 
Di una stella che si spegne. 

Non lasciate che sia più vicino 
Nel regno di sogno della morte 
Lasciate anche che porti 
Travestimenti così deliberati 
Pelliccia di topo, pelliccia di cornacchia, doghe incrociate 
In un campo 
Comportandomi come si comporta il vento 
Non più vicino - 

Non quel finale incontro 
Nel regno del crepuscolo 
III 
Questa è la terra morta 
Questa è la terra dei cactus 
Qui le immagini di pietra 
Sorgono, e qui ricevono 
La supplica della mano di un morto 
Sotto lo scintillio di una stella che si va spegnendo. 
E’ proprio così 
Nell’altro regno della morte 
Svegliandoci soli 
Nell’ora in cui tremiamo 
Di tenerezza 
Le labbra che vorrebbero baciare 
Innalzano preghiere a quella pietra infranta. 
IV 
Gli occhi non sono qui 
Qui non vi sono occhi 
In questa valle di stelle morenti 
In questa valle vuota 
Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti 
In quest’ultimo dei luoghi d’incontro 
Noi brancoliamo insieme 
Evitiamo di parlare 
Ammassati su questa riva del tumido fiume 
Privati della vista, a meno che 
Gli occhi non ricompaiano 
Come la stella perpetua 
Rosa di molte foglie 
Del regno di tramonto della morte 
La speranza soltanto Degli uomini vuoti. 

Qui noi giriamo attorno al fico d’India 
Fico d’India fico d’India 
Qui noi giriamo attorno al fico d’India 
Alle cinque del mattino. 

Fra l’idea 
E la realtà 
Fra il movimento 
E l’atto 
Cade l’Ombra 

Perché Tuo è il Regno 

Fra la concezione 
E la creazione 
Fra l’emozione 
E la responsione Cade l’Ombra 

La vita è molto lunga 
Fra il desiderio 
E lo spasmo 
Fra la potenza 
E l’esistenza 
Fra l’essenza 
E la discendenza 
Cade l’Ombra 

Perché Tuo è il Regno 
Perché Tuo è 
La vita è 
Perché Tuo è il 

E’ questo il modo in cui finisce il mondo 
E’ questo il modo in cui finisce il mondo 
E’ questo il modo in cui finisce il mondo 

Non già con uno schianto ma con un lamento.  

 

III. Il sermone del fuoco (da La terra desolata)

Aprile 21, 2008

La tenda del fiume è rotta: le ultime dita delle foglie 
S’afferrano e affondano dentro la riva umida. Il vento 
Incrocia non udito sulla terra bruna. Le ninfe son partite. 
Dolce Tamigi, scorri lievemente, finché non abbia finito il mio Canto. 
il fiume non trascina bottiglie vuote, carte da sandwich, 
Fazzoletti di seta, scatole di cartone, cicche di sigarette 
O altre testimonianze delle notti estive. Le ninfe son partite. 
E i loro amici, credi bighelloni di direttori di banca della City; 
Partiti, e non hanno lasciato indirizzo. 
Presso le acque dei Lemano mi sedetti e piansi… 
Dolce Tamigi, scorri lievemente, finché non abbia finito il mio canto. 
Dolce Tamigi, scorri lievemente, perché il mio canto non è alto né lungo. 
Ma alle mie spalle in una fredda raffica odo 
Lo scricchiolo delle ossa, e il ghigno che fende da un orecchio all’altro. 
Un topo si insinuò con lentezza fra la vegetazione 
Strascicando il suo viscido ventre sulla riva 
Mentre stavo pescando nel canale tetro 
Una sera d’inverno dietro il gasometro 
Meditando sul naufragio del re mio fratello 
E sulla morte del re mio padre, prima di lui. 
Dei bianchi corpi ignudi sul suolo molle e basso 
E ossa,gettate in una piccola soffitta bassa e arida, 
Smosse solo dal piede del topo, un anno dietro l’altro. 
Ma alle mie spalle di tanto in tanto odo 
Suoni di trombe e motori, che condurranno 
Sweeney da Mrs. Porter a primavera. 
Oh la luna splendeva lucente su Mrs. Porter 
E su sua figlia 
Che si lavano i piedi in «soda water» 
Et O ces voix d’enfants, cbantant dans la coupole! 

Tuit tuit tuit 
Giag giag giag giag giag giag 
Così brutalmente 
forzata. 
Tiriù 

Città irreale 
Sotto la nebbia bruna di un meriggio invernale 
Mr. Eugenides, il mercante di Smirne, 
Mal rasato, con una tasca piena d’uva passa 
C.i.f. London: documenti a vista, 
M’invitò in un francese demotico 
Ad una colazione al Cannon Street Hotel 
Seguita da un weekend al Metropole. 

Nell’ora violetta, quando gli occhi e la schiena 
Si levano dallo scrittoio, quando il motore umano attende 
Come un tassì che pulsa nell’attesa, 
Io Tiresia, benché cieco, pulsando fra due vite, 
Vecchio con avvizzite mammelle di donna, posso vedere 
Nell’ora violetta, nell’ora della sera che contende 
Il ritorno, e il navigante dal mare riconduce al porto, 
La dattilografa a casa all’ora dei tè, mentre sparecchia la colazione, accende 
La stufa, mette a posto barattoli di cibo conservato. 
Pericolosamente stese fuori dalla íìnestra 
Le sue combinazioni che s’asciugano toccate dagli ultimi raggi del sole, 
Sopra il divano (che di notte è il suo letto) 
Sono ammucchiate calze, pantofole, fascette e camiciole. 
Io Tiresia, vecchio con le mammelle raggrínzite, 
Osservai la scena, e ne predissi il resto - 

Anch’io ero in attesa dell’ospite atteso. 
Ed ecco apriva il giovanotto foruncoloso, 
Impiegato d’una piccola agenzia di locazione, sguardo ardito, 
Uno di bassa estrazione a cui la sicurezza 
S’addice come un cilindro a un cafone rifatto. 
Ora il momento è favorevole, come bene indovina, 
Il pasto è ormai finito, e lei è annoiata e stanca, 
Lui cerca d’impegnarla alle carezze 
Che non sono respinte, anche se non desiderate. 
Eccitato e deciso, ecco immediatamente l’assale; 
Le sue mani esploranti non incontrano difesa; 
La sua vanità non pretende che vi sia un’intesa, ritiene 
L’indifferenza gradita accettazione. 
(E io Tiresia ho presofferto tutto 
Ciò che si compie su questo stesso divano o questo letto; 
lo che sedei presso Tebe sotto le mura 
E camminai fra i morti che più stanno in basso.) 
Accorda un bacio finale di protezione, 
E brancola verso l’uscita, trovando le scale non illuminate… 

Lei si volta e si guarda allo specchio un momento, 
Si rende conto appena che l’amante è uscito; 
il suo cervello permette che un pensiero solo a metà formato 
Trascorra: « Bene, ora anche questo è fatto: lieta che sia finito. » 
Quando una donna leggiadra si piega a far follie 
E percorre di nuovo la sua stanza, sola, 
Con una mano meccanica i suoi capelli ravvia, 
E mette un disco a suonare sul grammofono. 

« Questa musica presso di me scivolava sull’acque » 
E lungo lo Strand, fino alla Queen Victoria Street. 
O città, città, talvolta posso udire vicino 
A una qualsiasi taverna in Lower Thames Street 
Il lamento piacevole di un mandolino, 
E dentro chiacchiere e altri rumori 
Là dove a mezzogiorno i pesciaioli riposano: 
Dove le mura di Magnus Martir contengono 
Uno splendore inesplicabile di bianco e oro ionici. 
Il fiume trasuda 
Olio e catrame 
Le chiatte scivolano 
Con la marca che si volge 
Vele rosse 
Ampie 
Sottovento, ruotano su pesanti alberature. 
Le chiatte sospingono 
Tronchi che vanno alla deriva 
Verso il tratto di fiume di Greenwich 
Oltre l’Isola dei Cani. 
Weialala lcia 
Wallala Iciaiala 

Elisabetta e Leicester 
Remi che battono 
La prua era formata 
Da una conchiglia dorata 
Rossa e oro 
L’agile flusso dell’onda 
Si frangeva su entrambe le rive 
Il vento di sud ovest 
Con la corrente portava 
Lo scampanio delle campane 
Torri bianche 
Weialala leia 
Wallala Ieialala 

« Tram e alberi polverosi. 
Highbury mi fe’. Disfecemi 
Richmond e Kew. Vicino a Richmond alzai le ginocchia 
Supina sul fondo di una stretta canoa. » 

« I miei piedi sono a Moorgate, e il mio cuore 
Sotto i miei piedi. Dopo il fatto 
Egli pianse. Promise “un nuovo inizio”. 
Non feci commento. Di cosa mi dovrei rammaricare? » 

« Sulle Sabbie di Margate. 
Non posso connettere 
Nulla con nulla. 
Le unghie rotte di mani sporche. 
La mia gente, gente modesta che non chiede 
Nulla. » 
la la 

Poi a Cartagine venni 

Ardere ardere ardere ardere 
O Signore Tu mi cogli 
O Signore Tu cogli 

bruciando 

Gerontion

Aprile 21, 2008

 

Non sei né giovane né vecchio 
Ma è come se dormissi dopo pranzo 
Sogndo di entrambe queste età.

Eccomi, vecchio in un mese arido, 
Mentre un ragazzo mi legge, aspettando la pioggia. 
Non fui alle gole infuocate 
Né combattei nella calda pioggia
Né col ginocchio affondato dentro paludi salmastre 
Combattei, agitando una daga, e morso dalle mosche. 
La mia casa è una casa in rovina, 
E l’ebreo si rannicchia al davanzale, il padrone, 
Generato in qualche taverna d’Anversa, 
A Bruxelles pieno di vesciche, a Londra cencioso e spiantato. 
La capra a notte tossisce nel campo che sta dietro; 
Rocce, muschio, gramigna, ferrivecchi, merde. 
La donna tiene la cucina, fa il tè, 
Di sera sternuta, rovistando nello scolo che sgocciola. 
Io un vecchio, 
Una testa intronata fra spazi ventosi. 

I segni sono presi per miracoli. « Vogliamo vedere un segno! » 
La parola in una parola, incapace di dire una parola, 
Fasciata di tenebra. Nell’adolescenza dell’anno 
Venne Cristo la tigre 
Nel maggio depravato, corniolo e castagno, albero di Giuda 
In fiore, per essere mangiato, per essere spartito, per essere bevuto 
Fra i bisbigli; da Mr. Silvero 
Con mani carezzevoli, che a Limoges
Camminò tutta la notte nella stanza accanto; 

Da Hakagawa, che si inchinava fra i Tiziano; 
Da Madame de Tornquist, che nella stanza buia 
Spostava le candele, da Fräulein von Kulp 
Che nel salone si volse, una mano alla porta. Spole vuote 
Tessono il vento. Io non ho spettri, 
Un vecchio in una casa con correnti d’aria 
Sotto un gomitolo di vento. 

Dopo una tale conoscenza, cos’è mai il perdono? Ora penso 
Che la storia abbia molti passaggi nascosti, e corridoi tortuosi 
E varchi, e che ci inganni con bisbiglianti ambizioni, 
E che ci guidi con le vanità. Ora penso che dia 
Quando la nostra attenzione è distratta, 
E che quanto ci dà lo dia con turbamenti 
Così lusinghieri che il dato affama ciò che si desidera. E ci dà 
Troppo tardi ciò in cui più non si crede, o se ancora 
Ci crediamo, soltanto nel ricordo, come passioni riconsiderate. 
E troppo presto dà in deboli mani, ciò che è pensato può essere 
Dispensato, finché il rifiuto propaga la paura. Penso 
Che né paura né coraggio ci salvino. I vizi innaturali
Hanno per padre il nostro eroismo. Le virtù 
Ci sono imposte dai nostri impudenti delitti. 
Queste lacrime sono scosse dall’albero che arreca la collera. 

La tigre balza nell’anno nuovo. Ci divora. Infine, 
Penso che non giungemmo a conclusione, quando m’irrigidii 
In una casa d’affitto. Infine, 
Penso d’averlo detto per un preciso scopo, e non perché costretto 

Dalle blandizie dei demoni che guardano al passato. 
Su questo, onestamente ti vorrei rispondere. 
Io che ero presso al tuo cuore ne fui scacciato 
Perdendo la bellezza nel terrore, il terrore nella ricerca. 
Ho perduto la mia passione: perché dovrei conservarla 
Se ciò che si conserva si contamina? 
Ho perduto la vista e l’odorato, l’udito, il gusto e il tatto: 
Come li potrò usare per esserti più accanto? 

Questi, con mille futili decisioni 
Prolungano il profitto del loro gelido delirio, 
Eccitano la membrana, quando il senso si è raffreddato, 
Con salse pungenti, moltiplicano la varietà 
In una desolazione di specchi. Cosa farà il ragno? 
Sospenderà le sue mosse, o indugerà 
Il tonchio? da Bailhache, Fresca, Mrs. Cammel, roteavano 
Oltre l’orbita dell’Orsa tremolante 
In atomi infranti. Gabbiano controvento, negli stretti ventosi 
Di Belle Isle, o rapido sull’Horn, 
Piume bianche nella neve, i richiami del Golfo, 
E un vecchio sospinto dagli Alísei In un angolo di sonno. 

Padroni della casa, 
I pensieri di un arido cervello in un’arida stagione. 

 

Ritratto di signora

Aprile 21, 2008

Hai fornicato - 
Ma fu in un altro paese, 
E oltre tutto la ragazza è morta.

L’ebreo di Malta 

I
Fra il fumo e la nebbia di un pomeriggio di dicembre 
Tu lasci che la scena si accomodi da sola – e così sembrerà - 
Con un «Ti ho riservato questo pomeriggio»; 
E quattro ceri nella stanza in ombra, 
Quattro cerchi di luce sul soffitto, 
Un’atmosfera da tomba di Giulietta 
Pronta per tutte le cose da dire, o lasciate non dette. 
Noi siamo stati, diciamola, ad ascoltare l’ultimo polacco 
Trasmetterci i Preludi coi suoi capelli e le punte delle dita.
« Così intimo, questo Chopin, che penso la sua anima 
Dovrebbe farsi risorgere solo fra amici 
Non più di due o tre, che non tocchino il fiore 
Già sgualcito e discusso nelle sale da concerto. » 
- E così la conversazione scivola 
Fra velleità e rimpianti con cura contenuti 
In mezzo a toni lievi di violini 
Confusi a remote connette
E comincia. 

«Tu non lo sai quanto gli amici vogliono dire per me
E quanto raro, quanto raro e strano sia per me trovare 
In un a vita fatta di tante avversità e di tanti scopi 
(Perché davvero non mi piace… lo sapevi? non sei cieco! 
E come sei acuto!) 
Poter trovare un amico che abbia queste qualità, 
Che abbia, e dia 
Le qualità sulle quali l’amicizia vive. 
Quanto per me significhi che io te lo ripeta - 
Senza queste amicizie – che cauchemar la vita! » 

Fra le spirali dei violini E le ariette 
Di cornette stridule 
Nel mio cervello ha inizio un tam tam sordo 
Che assurdamente martella un suo preludio. 
Capriccioso monotono 
Che è almeno una decisa « nota falsa ». 
- Andiamo a prendere aria, in un’estasi di tabacco, 
Ad ammirare i monumenti, 
A discutere gli ultimi avvenimenti, 
A rimettere l’orologio con gli orologi pubblici. 
Poi a sederci mezz’ora, per bere un bicchiere di birra. 


II
Ora che i lillà sono in fiore 
Lei tiene un vaso di lillà nella sua stanza 
E ne contorce uno fra le dita, parlando. 
« Ah, amico mio, tu non lo sai, tu non lo sai
Cos’è la vita, tu che la tieni fra le mani »; 
(Lentamente torcendo gli steli dei lillà) 
« La lasci scorrere da te. la lasci scorrere, 
La giovinezza è crudele, non ha alcun rimorso, 
Sorride alle situazioni che non può vedere. » 
Io sorrido, naturalmente, 
E continuo a bere il tè. 
« Eppure, in questi tramonti d’aprile, che in qualche modo richiamano 
La mia vita sepolta, e Parigi a primavera, 
Mi sento immensamente in pace, e dopo tutto 
Trovo che il mondo sia meraviglioso e giovane. »

E la voce ritorna simile all’insistente stonatura 
Di un violino spezzato in un pomeriggio d’agosto: 
« lo sono sempre sicura che comprendi 
Ogni mio sentimento, sono sempre sicura che lo senti 
E che mi tendi la mano oltre l’abisso. 

Sei invulnerabile tu, non hai il tallone d’Achille. 
Andrai avanti, e quando avrai prevalso 
Potrai dire: qui molti hanno fallito. 
Ma cosa mai posseggo, amico mio, cosa posseggo 
Da poterti donare, e cosa puoi ricevere da me? 
Nient’altro che amicizia e simpatia 
Da chi sta per raggiungere la fine del viaggio. 

Resterò qui a sedere, servendo il tè agli amici… » 

Prendo il cappello: come potrò vigliaccamente fare ammenda 
Per quello che mi ha detto? 
Mi vedrete nel parco ogni mattina 
A leggere i fumetti e la pagina sportiva. 
Noto in particolare 
Una contessa inglese che si dà alle scene. 
Un greco assassinato 
Durante un ballo polacco, un reo di peculato 
Che ha reso confessione. Mantengo il mio contegno, 
E rimango padrone di me 
Fino al momento in cui un organetto, meccanico e stanco, 
Ripete un vecchio canto estenuato 
Con il profumo dei giacinti nel giardino, richiamando 
Alla memoria cose che altri hanno desiderato. 
Sono sbagliate o giuste queste idee? 


III
La notte d’ottobre discende; tornando come prima se si esclude 
Quasi un leggero senso di malessere 
Salgo le scale e giro la maniglia, ed ho la sensazione 
D’esser salito strisciando sulle mani 
E sui ginocchi. « E così parti per l’estero; e quando 
Pensi di ritornare? Ma è una domanda inutile. 
Difficilmente saprai quando ritorni, 
Troverai molte cose da imparare. » 
Il mio sorriso cade pesantemente in mezzo al bric-à-brac. 
« Forse mi potrai scrivere. » 
La mia padronanza di me s’accende per un attimo-, 
Questo me l’aspettavo per davvero. 
« Ultimamente me lo chiedevo spesso 
(Ma i nostri inizi non sanno mai quale sarà la fine!) 
Perché non siamo diventati amici. » 
Mi sento come uno che sorrida, e volgendosi noti all’improvviso 
La sua espressione riflessa in uno specchio. 
La mia padronanza si spegne; noi siamo veramente al buio. 

« Perché tutti l’avevano detto, tutti i nostri amici, 
Erano tutti sicuri che i nostri sentimenti si accordassero 
Così intimamente! Anche per me è difficile capire. 
Ora dobbiamo lasciarle al destino queste cose. 
In tutti i casi, mi scriverai. 
Forse non è troppo tardi. 
Resterò qui a sedere, servendo il tè agli amici. » 
E devo approfittare d’ogni forma mutevole se voglio 
Trovare l’espressione… ballare, ballare 
Come un orso ballerino, 
Strillare come un pappagallo, schiamazzare come una scimmia. 
Andiamo a prendere aria, in un’estasi di tabacco - 
Bene! E cosa accadrebbe se un pomeriggio morisse, 
Un pomeriggio grigio e fumoso, una sera gialla e rosa;

Se lei morisse e mi lasciasse qui seduto con la penna in mano 
Con il fumo che scende giù dai tetti; 
Pieno di dubbio, per un certo tempo 
Senza sapere cosa provo o se comprendo 
Né se sia saggio o pazzo, in ritardo o in anticipo… 
Non avrebbe la meglio, dopo tutto? 
Questa musica trova il tono giusto con un « morendo » 
Ora che noi parliamo di morire - 
E avrei il diritto di sorridere? 

 

Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock

Aprile 21, 2008

S’io credesse che mia risposta fosse 
A persona che mai tornasse al mondo, 
Questa fiamma staria senza più scosse. 
Ma perciocché giammai di questa fondo 
Non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero, 
Senza tema d’infamia ti rispondo.
 

 
 
 

Allora andiamo, tu ed io, 
Quando la sera si stende contro il cielo 
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola; 
Andiamo, per certe strade semideserte, 
Mormoranti ricoveri 
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo 
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche; 
Strade che si succedono come un tedioso argomento 
Con l’insidioso proposito 
Di condurti a domande che opprimono… 
Oh, non chiedere « Cosa? » 
Andiamo a fare la nostra visita. 

Nella stanza le donne vanno e vengono 
Parlando di Michelangelo.
 

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri, 
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri 
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera, 
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli, 
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini, 
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso, 
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre 
S’ arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

 
 
 

E di sicuro ci sarà tempo 
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada 
Strofinando la schiena contro i vetri; 
Ci sarà tempo, ci sarà tempo 
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri; 
Ci sarà tempo per uccidere e creare, 
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani 
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto; 
Tempo per te e tempo per me, 
E tempo anche per cento indecisioni, 
E per cento visioni e revisioni, 
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito 

Nella stanza le donne vanno e vengono 
Parlando di Michelangelo. 

E di sicuro ci sarà tempo 
Di chiedere, « Posso osare? » e, « Posso osare? » 
Tempo di volgere il capo e scendere la scala, 
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli - 
(Diranno: « Come diventano radi i suoi capelli! »)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento, 
Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo - 
(Diranno: « Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia! ») 
Oserò 
Turbare l’universo? 
In un attimo solo c’è tempo 
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

 
 
 

Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte:  
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi, 
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè; 
Conosco le voci che muoiono con un morente declino 
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana. 
Così, come potrei rischiare? 
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti - 
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata, 
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo, 
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro 
Come potrei allora cominciare 
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? . 
Come potrei rischiare? 
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte - 
Le braccia ingioiellate e bianche e nude 
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!) 
E’ il profumo che viene da un vestito 
Che mi fa divagare a questo modo? 
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle. 
Potrei rischiare, allora?- 
Come potrei cominciare? 

Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette 
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe 
D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?… 

Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli 
Che corrono sul fondo di mari silenziosi

 
 
 

E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente! 
Lisciata da lunghe dita, 
Addormentata… stanca… o gioca a fare la malata, 
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me. 
Potrei, dopo il tè e le paste e, i gelati, 
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi? 
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato, 
Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po’ a perdere i capelli) 
Portato su un vassoio, 
lo non sono un profeta – e non ha molta importanza; 
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza, 
E ho visto l’eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando, 
E a farla breve, ne ho avuto paura. 

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto, 
Dopo le tazze, la marmellata e il tè, 
E fra la porcellana e qualche chiacchiera 
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena 
D’affrontare il problema sorridendo, 
Di comprimere tutto l’universo in una palla 
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime, 
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti, 
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » - 
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo, 
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. » 
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto, 
Ne sarebbe valsa la pena, 
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia, 
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento 
E questo, e tante altre cose? - 
E’ impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo: 
Ne sarebbe valsa la pena 
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle, 
E volgendosi verso la finestra, dicesse: 
« Non è per niente questo, 
Non è per niente questo che volevo dire. » 

 
 
 

No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo; 
Io sono un cortigiano, sono uno 
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo, 
Deferente, felice di mostrarsi utile, 
Prudente, cauto, meticoloso; 
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso; 
Talvolta, in verità, quasi ridicolo - 
E quasi, a volte, il Buffone. 

Divento vecchio… divento vecchio… 
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo. 

Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca? 
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia. 
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra. 

Non credo che canteranno per me. 

Le ho viste al largo cavalcare l’onde 
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte: 
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera. 

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare 
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune 
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.


Canto sedicesimo (da La fine del Titanic)

Aprile 21, 2008

La fine del Titanic risulta agli atti.

E’ roba per poeti.

E’ garanzia di un alto tasso di defiscalizzazione.

E’ l’ulteriore conferma dell’esattezza delle tesi di Vladimir Ilič Lenin.

E’ data alla Tivù subito dopo la Domenica Sportiva.

E’ impagabile.

E’ inevitabile.

E’ meglio di niente.

E’ in congedo il lunedì.

E’ ecologica.

E’ colei che schiude la via verso un futuro migliore.

E’ arte. 

E’ creatrice di nuovi posti di lavoro.

e pian piano ci dà i nervi.

E’ brevettata.

E’ ancorata alle masse.

E’ arrivata a proposito.

E’ andata liscia.

E’ uno spettacolo la cui bellezza ci mozza il fiato.

E’ cosa che dovrebbe far riflettere i responsabili.

E ormai non è più quella di un tempo.

 

L’iceberg

Aprile 21, 2008

L’iceberg ci si fa incontro

inesorabilmente.

 

Vedi, eccolo distaccarsi

dal fronte dei ghiacciai,

dai piedi dei ghiacciai.

Sì, è bianco,

si muove,

sì, è più grande

di tutto ciò che si muove

sul mare,

nell’aria

o in terra.

 

Sogni mortali,

attraverso i quali una carovana

d’icebergs s’avanza:

“A oltre duecentocinquanta piedi

sul livello del mare,

i nuovi crepacciriflettono

dei colori,

colori che straordinari

e del tutto trasparenti appaiono”.

“Si direbbe il fuoco del sole

che nelle finestre

di cento palazzi

si specchia”.

 

Non è bene

pensare al peso

dell’iceberg.

 

Chi lo incontra una volta

difficilmente scorderà 

la sua presenza,

dovesse vivere cent’anni.

 

“Questo spettacolo

stimola l’immaginazione

ed empie tuttavia il cuore

d’un senso

d’involontario orrore”.

 

L’iceberg non ha futuro.

Si lascia andare.

Noi dell’iceberg

non abbiamo cosa farcene.

Non ha dubbi.

Non ha valore.

La confortevolezza

non è un suo pregio.

E’ più grande di noi.

Noi ne vediamo sempre e solo

la cima.

 

E’ effimero.

Non se ne fa un cruccio.

Progressi non ne fa,

eppure “allorquando,

come un’immane 

bianca

lastra di marmo

venata di sfumature blu,

tracolla e piomba,

il mare trema”.

 

Esso non ci riguarda,

procede laconico,

non ha bisogno di nulla,

non si riproduce,

suqaglia.

Di sé non lascia traccia.

Si scioglie alla perfezione.

Sì, è questa la parola giusta:

alla perfezione.

 

Denuncia di smarrimento

Aprile 21, 2008
DENUNCIA DI SMARRIMENTO

Perdere i capelli, i nervi, 
capite, il tempo prezioso, 
in una partita perduta perdere 
quota, lustro, sono dolente, 
non importa, perdere per un pelo, 
non interrompetemi, sangue 
perdere, padre e madre, 
ho preso il cuore a Heidelberg, 
senza battere ciglio, 
perdere ancora una volta, il fascino, 
della novità, acqua passata, 
i diritti civili, ahah, 
la testa, Dio mio, la testa, 
se proprio dev’essere, 
il paradiso perduto, per conto mio, 
il posto di lavoro, anima perduta, 
la faccia, anche quella, 
un molare, due guerre mondiali, 
tre chili di peso, perdere, 
perdere, sempre e solo perdere, anche 
le illusioni già da tempo perdute, 
beh se proprio ci vuole, taciamo 
sulla fatica perduta, 
ma da dove, il lume degli occhi 
dagli occhi, l’innocenza 
perderla, peccato, la chiave di casa, 
peccato,perdersi d’animo 
perdendosi tra la folla, 
non m’interrompete, 
la ragione, fino all’ultimo centesimo, 
se è per questo, ho quasi finito, 
la calma, il ranno e il sapone, 
perdere tutto in una volta, 
guai, persino il filo, 
la patente, e la voglia. 

 

Ci sono cortesie che meritano bastonate

Aprile 21, 2008

Dite apertamente si è ammazzato

Si è suicidato sparandosi alla tempia.

 

Agnus dei

Aprile 21, 2008

Orizzonte di terra

                            astri di terra

Lacrime e singhiozzi trattenuti

Bocca che sputa terra

Terra con terra – terra mista a vermi.

 

Anima eterna – spirito di terra.

 

Agnello di Dio che togli i peccati del mondo

Dimmi quante mele ci sono nel paradiso terrestre

 

Agnello di Dio che togli i peccati del mondo

Fammi il piacere di dirmi che ora è.

 

Agnello di Dio che togli i peccati del mondo

Dammi la tua lana per farmi un golf.

 

Agnello di Dio che togli i peccati del mondo

Lasciaci qui tranquilli a fornicare:

Non ti immischiare in questo momento sacro.