Al mondo

gennaio 19, 2012

Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.

Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu “santo” e “santificato”
un po’ più in là, da lato, da lato.

Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.

Su, münchausen.

gennaio 19, 2012

Epilogo
Appunti per un’Ecloga

Persone: a, b, c, d, e

b – (materia, macchie, pseudo-braille)

a - L’anancasma che si chiama vita:
macchie, macchine, muscoli, ceneri,
spasmi, fu il corso di quella partita
in cui perdesti te stesso e il tuo stesso perderti

c – (codici vari per tutti i suoni)

a – Non tesi, terra, energia, spirito
nemmeno, non carme civile o intimo.
In chiave di fuoco o di tenebre.
Ma retina o reticolo,
ma poi trama ed omento: convenzione
prima in cui tutto si rifà ragione.

d – (Catena di dattili, spondei etc.)

a - O quale in quanto quella viva stella
pur vinse, quale e quanto si sospinse
oltre le soglie della sua stessa luce;
al di là del silenzio quale e quanto t’induce!

e – (simboli matematici etc.)

a - Integrando, sul limite, sospinti
solo minimamente sopra il suolo
dell’impossibile, impossibilmente
qui, e pure qui a dire l’impossibile
e il possibile. E reversibilmente
. . . . . . . . . . . .
Avverbio in “mente, lattea sicurezza

gennaio 19, 2012

Ecloga IX
Scolastica

Persone: a, b

b − Per spazi, per gradini
come spazi cadenti
verso i miei piedi dal diffuso
sonno delle foschie, come di sogni
popolato (ed è sale di libere
uve, industrie animali,
programmata efficienza, vittorie),
fiume sempre in dialogato transito
fiume tra poco amazonico,
ora qui ai seni del Montello
verso me vieni leggiero convinto,
né ti rapisce l’orizzonte,
ma a gioire d’autunnali tregue
tra gialle effusioni di foglie
tra dorsi disposti all’oblìo
sfumi con le ore, torni con le ore,
amico indifferente
ristoro e distrazione
nell’inizio decisa.

a − È questa, in tanto ingiusta posizione,
l’ora, l’inizio? Domani
per i mille sentieri nei mattini già freddi,
sarà brina formiche e bambini:
e nella scuola che vive
di quanto sa bearla l’infnita corrente,
nella scuola povera e nuova
tra candore di fogli,
nel Montello, cesto muscoso, boccio
di funghi multicolori, di prati,
di querce clamorose
per uccelli e per venti,
povera e nuova tu stessa, starai.
Ma che dirai a quelle anime di brina,
di arnia, a quel festante grappolo
che intorno al tuo cuore s’ingloba, e stordisce
di curiose energie la pur schiusa
aula che dà sul mai stabile greto?
Sorgono i bimbi da lane e stupori
d’autunno, scendono
dalla casa cui l’ape e la dalia
fanno lustro sempre più dimesso,
e il sole aiuta il pane e la pioggia
aiuta il bere. Tutto
gioca con loro, o pioggia o sole
o ramo o nano o vetro,
e per loro il gran fiume
d’azzurro si ravviva i capelli leggiadri.
Vengono i bimbi, ma nessuna parola
troveranno, nessun segno del vero.
Mentiremo. Mentirà il mondo in noi,
anche in te, pura. Forse
per te di tenui note
si costelleranno odorati quaderni;
a domande, a pastelli, a scritture
vergini, verginalmente
darai forza. Necessità e finzione:
ché nulla, nulla dal profondo autunno,
dall’alto cielo verrà, nessun maestro;
nessun giusto rito
comincerà domani sulla terra.

b − Io forse insegno a tollerare, a chiedere
ciò che illumina
più nel chiederlo che nella risposta.

a − Tu forse insegni perché una risposta
hai generato in te. Sei poco,
un suono solo, una vocale, un nài,
un sí; da fare grande
come l’iddio, un mondo tutto
di microcristalline
affermative sillabe.
Oh, una sola risposta: e tutto
insegnerò, sed tantum dic verbo.

b − Riudrai le voci del profondo autunno,
del magistero, del pozzo profondo,
se sapesti udirle nel primo
giorno, se sapesti che primo
è ogni giorno. Non essere stanco
di durare tra le albe, esse faranno
verità della nostra menzogna.
Come a lui che insegnava
agli operai quanto sia nitido
il segno sul foglio ed il taglio nel legno;
vale ogni segno, ogni taglio, estinzione
del troppo e del vano, ombra aggredita.
A lui, tuo padre. Senti che da sotto
di tutto se stesso ti regge; sentine tutto il respiro:
non è, nemmeno nella morte,
ancora non è faticoso.

a − Oh dalle mille sovrapposizioni
distinguimi ancora, segnami, non
lasciarmi andare in mille onde incomposte
ineroiche, non sono
trecciuto fiume e nemmeno ruscello
in cui almeno la talpa confidi.
Eppure tra questa che seppi menzogna,
nella vita, rabbioso m’attardo.
Ecco, è come se verso la brughiera
che è eletta dalla lepre
e che il pioppo circonda e vuole a
ombroso letto ai riposi
della sua corona che perisce
nei giorni, è come se
in questo andare che non ha ancora
senso, ma già rifiuta la paura
rifiuta il silenzio − ah, individuata
e subito confusa legge, bruto
plasma, densissima lingua −
io sia colui che «io»
«io» dire, almeno, può, nel vuoto,
può, nell’immenso scotoma,
«io», più che la pietra, la foglia, il cielo, «io»:
e, in questo, essere indizio, dono,
dono tuo, agli altri donato.
Primo elemento di una
proposizione, morula
imprecisa, persa ancora
in bui uteri, promessa.
Primo elemento, stacco
d’invischiato volo, soffio
sugli occhi − anche dei bimbi − rischio
di chi fu piaga e piaga
è ancora, ma più
scopre nel suo tremare
l’ostinazione, la brace,
l’ala di mosca superstite; e guarda,
tondo, torpido scrigno di sguardi,
anche se ancora non sa
né amore né insegnamento.

Così siamo

gennaio 19, 2012

Dicevano, a Padova, ” anch’io “
gli amici ” l’ho conosciuto “.
E c’era il romorio d’un’acqua sporca
prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. ” Anch’io
l’ho conosciuto. “
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza

E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.

Da un’altezza nuova

gennaio 19, 2012

I

Ancora, madre, a te mi volgo,
non chiedermi del vero,
non di questo precluso
estremo verde ch’io ignorai
per tanti anni e che maggio mi tende
ora sfuggendo; alla mia inquinata
mente, alla mia disfatta pace.
Madre, donde il mio dirti,
perchè mi taci come il verde altissimo
il ricchissimo nihil,
che incombe e esalta, dove
beatificanti fiori e venti gelidi
s’aprono dopo il terrore ― e tu, azzurro,
a me stesso, allo specchio che evolve
nel domani, ancora mi conformi?
Ma donde, da quali tue viscere
il gorgoglio fosco dei fiumi,
da quale ossessione quelle erbe
che da secoli
a me imponi?
Amore a te, voce a te, o disciolto
come nevi silenzio, come raggi
rasi dal nulla: sorgo, e questo gemito
che stringe, questo fiore che irrora
di rosso i prati e le labbra, questa porta
che senza moto si disintegra
in canicole ed acque…

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E, come da un’altezza nuova,
l’anima mia non ti ricorda ―
in scalinosi
sogni, in impervie astenie,
tra dolce fumo e orti approfonditi
là sotto il lago, là nelle rugiade
traboccanti, dall’occhio
ereditati ancora,
ancora al tocco triste
dell’alba lievitanti…

II

Un senso che non muove ad un’immagine,
un colore disgiunto da un’idea,
un’ansia senza testimoni
o una pace perfetta ma precaria:
questo è l’io che mi désti, madre e che ora
appena riconosco, né parola
né forma né ombra?
Al vero ― al negro bollore dei monti ―
con insaziate lacrime
ancora, ancora sottratto
per un giorno all’aculeo del drago,
ritorno e non so
non so tacere.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Nulla dunque compresi
del brancicare avido di bestie
d’insetti e fiori e soli,
nulla m’apparve del lavoro
là sussurrato e sparso
nei campi, aggrinzito nel nido,
né il sudore m’apparve, l’altrui vigile
combustione, ed io solo
io trasceso
in un feroce colloquente vuoto
fronte e fronte m’attinsi?

Calda la mano accarezza ancora il frutto.
Nel vicolo il bambino e l’artigiano.
Vivo il lume degli occhi nel profondo.
Questo fu mio, né mai seppi, mai vidi?
Per voi non m’allietai né piansi ancora?
Madre ignorai il tuo volto ma non l’ansia
proliferante sempre
in ogni piega in ogni bene in ogni
tuo rivelarmi,
ma non l’amore senza riparo
che da te, mostro o spirito, m’avvolge
e aridamente m’accalora.

Io attesto

gennaio 19, 2012

Non a te nudo amore.

Non a te nudo monte
s’indirizza lo stelo d’oro
che la mia penna proietta nella sera.
In neon lampi s’ingigliano.
Deneb – e la siringa nel nido d’acqua sterile.
Scandalo e campane
nella tetra città sotto monte.
Monte: ore dall’occhio d’osso
lunghissime versi,
sempre stabile d’erbe, manto d’erbe,
miraggi amareggianti di fontane.
Vedi il fiore marcito in un riflesso.
Crolla sulle bandiere sulle piazze
la tua luce, di monte, luce volta
altrove,
il tuo peso il tuo canto
non ascoltato
non abitato.
Vedi il fiore in un brivido, surrexit.
Canfora e sangue da me
torpore, pavimento.
Altrove
io sordamente attesto,
io discendo dal mondo.
Il mio domani.

Tu (monte) distinto dal palpito
dei semafori incerti,
dio di deserti e di pieghe e di sere…

Fiume all’alba

gennaio 19, 2012

Fiume all’alba
acqua infeconda tenebrosa e lieve
non rapirmi la vista
non le cose che temo
e per cui vivo

Acqua inconsistente acqua incompiuta
che odori di larva e trapassi
che odori di menta e già t’ignoro
acqua lucciola inquieta ai miei piedi

da digitate logge
da fiori troppo amati ti disancori
t’inclini e voli
oltre il Montello e di caro acerbo volto
perch’io dispero della primavera.

L’acqua di Dolle

gennaio 19, 2012

Ora viene a consolarmi
con una lunga visita
l’acqua di Dolle
che portò dieci colline al paese
sfuggì tra le api e i lor castelli di acume
toccò le forme sensitive
di un’isola di pura sabbia,
ora viene quest’acqua ch’io sospiro
perché traspare dalle tue
membra gemelle;
perché a lungo
indugiò nello scrigno d’ombra
dove il fico s’affaccia guardiano
e il sole non fa più musco né felce,
dove sono già aperte
le scene da festa del cielo.
Acqua ignara della creta
che già fuoresce dai suoi viluppi,
fiera del rosso momentaneo
dei fiori celebrati da quest’ora,
tu vai dovunque lambendo e tentando
le più ritrose solitudini:
lasciatemela mia,
per la mia lampadina di chiocciola
per l’orto di che il nano è mezzadro,
lei dal fittissimo alfabeto
lei che ha i messaggi
di nobili invasioni
degli astri che ritornano dalle alpi
ormai pingui d’argento,
lei che va promettendo
una notte fresca come un domani.

Ars poetica?

dicembre 20, 2011

Ho sempre aspirato a una forma più spaziosa
che fosse libera dalle pretese di poesia e prosa
e ci facesse capire l’un l’altro senza esporre
autore e lettore a sublimi agonie.

Nella vera essenza della poesia c’è qualcosa di impudico:
una cosa che non sapevamo di avere in noi viene data alla luce,
così noi sbattiamo gli occhi, come se una tigre fosse balzata fuori
e stesse lì alla luce, agitando la sua coda.

E’ il perchè si dice a ragione che la poesia sia dettata da un daimonion,
sebbene sia un’esagerazione sostenere che esso debba essere un angelo.
E’ difficile supporre da dove questa fierezza dei poeti provenga,
quando così spesso sono messi in imbarazzo dalla rivelazione della loro fragilità.

Quale ragionevole uomo vorrebbe essere una città di demoni,
che si comportano come se fossere a casa loro, parlano in diverse lingue,
e che, non soddisfatti di rubargli labbra e mani,
lavorano a cambiare il suo destino a loro comodo?

E’ vero che ciò che è morboso oggi è tenuto in gran conto,
e così voi potreste pensare che sto solo scherzando
o che ho inventato ancora solo un mezzo
di lodare l’Arte con l’aiuto dell’ironia.

C’era un tempo quando solo i libri sapienti erano letti,
aiutandoci a sopportare i dolori e le miserie.
Che, dopo tutto, non è proprio come
sfogliare un migliaio di lavori freschi di clinica psichiatrica.

Eppure il mondo è diverso da come sembra essere
e noi siamo altri da come ci vediamo nei nostri deliri.
La gente dunque conserva una silenziosa integrità,
guadagnando così il rispetto di parenti e di vicini.

Lo scopo della poesia è di ricordarci
quanto difficile è rimanere solo una persona,
perchè la nostra casa è aperta, non ci sono chiavi nelle porte,
e ospiti invisibili vanno e vengono a piacer loro.

Quel che sto dicendo qui non è, sono d’accordo, poesia,
ché si dovrebbe scrivere poesie di rado e con riluttanza,
per insopportabile urgenza e solo con la speranza
che i buoni spiriti e non solo i malvagi ci scelgano per loro strumento.

Berkeley, 1968

Ars poetica

dicembre 20, 2011

Una poesia dovrebbe essere tangibile e laconica
Come un rotondo frutto,

Muta
Come antichi medaglioni sotto il pollice,

Silente come pietra consumata dalle maniche
Di davanzali dove è cresciuto il muschio—

Dovrebbe essere senza parole, una poesia,
Come un volo d’uccelli.

*
Una poesia dovrebbe essere immota
Nel tempo che la luna sale,

Lasciando, come la luna cala,
Gli alberi impigliati, ramo a ramo, alla notte,

Lasciando, come la luna nascosta dietro foglie d’inverno,
La mente ricordo per ricordo—

Una poesia dovrebbe essere immota
Nel tempo che la luna sale.

*
Una poesia dovrebbe essere uguale a:
Non vero.

Per tutta la storia del dolore, essere
Una foglia d’acero e una porta vuota.

Per l’amore, essere
Le erbe reclinanti e due luci sul mare—

Una poesia dovrebbe non significare
Ma essere.


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