Ecloga IX
Scolastica
Persone: a, b
b − Per spazi, per gradini
come spazi cadenti
verso i miei piedi dal diffuso
sonno delle foschie, come di sogni
popolato (ed è sale di libere
uve, industrie animali,
programmata efficienza, vittorie),
fiume sempre in dialogato transito
fiume tra poco amazonico,
ora qui ai seni del Montello
verso me vieni leggiero convinto,
né ti rapisce l’orizzonte,
ma a gioire d’autunnali tregue
tra gialle effusioni di foglie
tra dorsi disposti all’oblìo
sfumi con le ore, torni con le ore,
amico indifferente
ristoro e distrazione
nell’inizio decisa.
a − È questa, in tanto ingiusta posizione,
l’ora, l’inizio? Domani
per i mille sentieri nei mattini già freddi,
sarà brina formiche e bambini:
e nella scuola che vive
di quanto sa bearla l’infnita corrente,
nella scuola povera e nuova
tra candore di fogli,
nel Montello, cesto muscoso, boccio
di funghi multicolori, di prati,
di querce clamorose
per uccelli e per venti,
povera e nuova tu stessa, starai.
Ma che dirai a quelle anime di brina,
di arnia, a quel festante grappolo
che intorno al tuo cuore s’ingloba, e stordisce
di curiose energie la pur schiusa
aula che dà sul mai stabile greto?
Sorgono i bimbi da lane e stupori
d’autunno, scendono
dalla casa cui l’ape e la dalia
fanno lustro sempre più dimesso,
e il sole aiuta il pane e la pioggia
aiuta il bere. Tutto
gioca con loro, o pioggia o sole
o ramo o nano o vetro,
e per loro il gran fiume
d’azzurro si ravviva i capelli leggiadri.
Vengono i bimbi, ma nessuna parola
troveranno, nessun segno del vero.
Mentiremo. Mentirà il mondo in noi,
anche in te, pura. Forse
per te di tenui note
si costelleranno odorati quaderni;
a domande, a pastelli, a scritture
vergini, verginalmente
darai forza. Necessità e finzione:
ché nulla, nulla dal profondo autunno,
dall’alto cielo verrà, nessun maestro;
nessun giusto rito
comincerà domani sulla terra.
b − Io forse insegno a tollerare, a chiedere
ciò che illumina
più nel chiederlo che nella risposta.
a − Tu forse insegni perché una risposta
hai generato in te. Sei poco,
un suono solo, una vocale, un nài,
un sí; da fare grande
come l’iddio, un mondo tutto
di microcristalline
affermative sillabe.
Oh, una sola risposta: e tutto
insegnerò, sed tantum dic verbo.
b − Riudrai le voci del profondo autunno,
del magistero, del pozzo profondo,
se sapesti udirle nel primo
giorno, se sapesti che primo
è ogni giorno. Non essere stanco
di durare tra le albe, esse faranno
verità della nostra menzogna.
Come a lui che insegnava
agli operai quanto sia nitido
il segno sul foglio ed il taglio nel legno;
vale ogni segno, ogni taglio, estinzione
del troppo e del vano, ombra aggredita.
A lui, tuo padre. Senti che da sotto
di tutto se stesso ti regge; sentine tutto il respiro:
non è, nemmeno nella morte,
ancora non è faticoso.
a − Oh dalle mille sovrapposizioni
distinguimi ancora, segnami, non
lasciarmi andare in mille onde incomposte
ineroiche, non sono
trecciuto fiume e nemmeno ruscello
in cui almeno la talpa confidi.
Eppure tra questa che seppi menzogna,
nella vita, rabbioso m’attardo.
Ecco, è come se verso la brughiera
che è eletta dalla lepre
e che il pioppo circonda e vuole a
ombroso letto ai riposi
della sua corona che perisce
nei giorni, è come se
in questo andare che non ha ancora
senso, ma già rifiuta la paura
rifiuta il silenzio − ah, individuata
e subito confusa legge, bruto
plasma, densissima lingua −
io sia colui che «io»
«io» dire, almeno, può, nel vuoto,
può, nell’immenso scotoma,
«io», più che la pietra, la foglia, il cielo, «io»:
e, in questo, essere indizio, dono,
dono tuo, agli altri donato.
Primo elemento di una
proposizione, morula
imprecisa, persa ancora
in bui uteri, promessa.
Primo elemento, stacco
d’invischiato volo, soffio
sugli occhi − anche dei bimbi − rischio
di chi fu piaga e piaga
è ancora, ma più
scopre nel suo tremare
l’ostinazione, la brace,
l’ala di mosca superstite; e guarda,
tondo, torpido scrigno di sguardi,
anche se ancora non sa
né amore né insegnamento.